“Questo cosmo, che è il medesimo per tutti, non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura”
Eraclito, Frammenti
“Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento ad esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la sua felice condizione dell’universa armonia. Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto viene generato per la vita cosmica”
Platone, Leggi, Libro X
“L’Homo sapiens, non è saggio in virtù del nome che si è auto-assegnato… Per me la specie puzza di arroganza pregna di ignoranza”
Lynn Margulis, Una rivoluzione in evoluzione: scritti selezionati, (2002)
“Forse la radice profonda della scienza è la poesia: saper vedere al di là del visibile”.
Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, 2017
Il nostro viaggio nel mondo delle scienze esatte e inesatte, alla ricerca della sorgente dove sgorga il mistero, tocca un altro approdo. Nei battiti misurati e armoniosi della Fisica classica a quelli inquieti e ed enigmatici della fisica dei Quanti, come l’enigma che ha ipnotizzato lo sguardo dei più grandi fisici a partire da Max Plank, con la scoperta della particella che recita il monologo amletico se essere o non essere onda. Ma il gene ignoto che ha ispirato l’evoluzione fin dai suoi esordi, è “l’amore che move il sole e le altre stelle” grazie agli errori di copiatura del manoscritto nel DNA. A 700 anni dalla morte del Sommo Poeta tutti i grandi scienziati del ‘900, dalla Fisica alla Biologia, sono ancora increduli di fronte al mistero che circonda la corrispondenza di amorosi sensi tra le creature elementari. Con questo ulteriore excursus si compone una sorta di trilogia con i pamphlet pubblicati il 31 dicembre scorso e il 9 gennaio di questo nuovo anno.
Bentornati nel regno delle incertezze e delle probabilità
Partiamo da un’anamnesi che è anche una diagnosi: le difese immunitarie di noi pazienti (sparsi sulla faccia della terra e contaminati dai virus della società industriale o post industriale) già da qualche decennio si sono indebolite e il coronavirus ha avuto vita facile per trovare ospitalità. Questa che viene definita, con un ossimoro, “civiltà dei consumi”, è formata da malati cronici e si regge sulle diverse e variegate pandemie. Perché?
La prima risposta medico-scientifica è da ricercare nel microbioma, dove si formano e si sviluppano le difese immunitarie. Le altre risposte sono riposte nella capacità di guardare attraverso l’occhio clinico: scrutare e ascoltare i segni del corpo umano e quello degli altri esseri viventi. Ma anche avere tatto, saper toccare con cura: gli oggetti, gli strumenti e soprattutto, le parole, le idee, i pensieri e tutti gli elementi più sottili e invisibili “secretati” nel nostro codice genetico e nelle sinapsi.
In sintesi la nostra salute dipende dallo stile di vita ecologico ed etico- economico, dal rapporto che intratteniamo con l’ambiente naturale ed interiore, a partire dal cibo con cui nutriamo il battito del cuore che fa scorrere il sangue e ci dona il respiro dei pensieri, l’alito delle idee e il soffio di Psiché: “I confini dell’anima non li potrai trovare, per quanto tu percorra le sue vie, così profondo è il suo logos”, divinava, con i suoi oracoli, Eraclito.
Questi enunciati hanno il difetto o il pregio – dipende sempre dai punti di vista – di presentarsi con uno “stile” poco ortodosso, se non eretico, nei confronti della nobile tradizione tecno-scientifico. Eppure la Fisica dei Quanti non disdegna di “captare” certi linguaggi elettromagnetici che si sprigionano nell’etere dal “ben dell’intelletto” e oltrepassano la frontiera dell’ignoto, attraversando il “classico” muro della Meccanica di Isaac Newton , con “l’effetto-tunnel”, grazie alla eretica e ribelle particella. Tutto ciò accade al di fuori di ogni sguardo indiscreto, come dimostra “il principio di indeterminazione” formulato nel 1927 dal fisico Werner Karl Heisenberg, in cui svela come gli scienziati, con i loro strumenti di misura, determinino la creazione della realtà che stanno indagando. E già, anche queste creature elementari sono pudiche e mutano sembiante, come accade nelle metamorfosi raccontate da Ovidio.
Il fenomeno descritto dai fisici che frequentano la corte dei Quanti, rivela che le scienze della natura sconfinano nel campo dei sentimenti e vanno alla ricerca dell’amore perdutamente romantico. Lo dimostra l’innamoramento dei fotoni che rimangono “folgorati” dalla loro affascinante ed enigmatica presenza-assenza, non appena si incontrano: e anche se lontanissimi, saranno sempre in corrispondenza d’amorosi sensi. Che storia incredibile e meravigliosa! Come quella di Petrarca innamorato ma tormentato dalla dualità dell’amore per Laura che racconta nelle sue “particelle” volgari, Rerum vulgarium fragmenta, definite dallo stesso poeta, circonfuso di laurum, semplicemente delle nugellae. Il poeta del Canzoniere è combattuto da una parte dall’attrazione irresistibile di Laura e ne esalta la sua bellezza fisica; dall’altro si pente e sente il peccato, il dissidio, generati dalla coscienza religiosa per il perfezionamento dello spirito, come si evince dal suo Secretum, dove l’interlocutore, sant’Agostino, rappresenta il suo doppio, lo specchio a cui confessa “il segreto conflitto dei miei affanni”.
Non siamo nel campo della fantascienza o della fatale attrazione tra Paolo e Francesca per merito del libro galeotto, messa in scena da Dante nel V canto dell’Inferno, ma in quello della Meccanica Quantistica: si sprigiona un campo magnetico simile a quell’Amore “che move il sole e tutte le altre stelle” che spinse lo stesso Sommo Poeta a ritrovare la “diritta via” attraverso i tre regni per incontrare Beatrice, la sua misteriosa particella amorosa. Un viaggio eterno durato appena 7 giorni nella sua quantica immaginazione.
Il mistero del tempo ha attratto anche il fisico Carlo Rovelli, che ha dedicato al tema una sua dissertazione tra scienza e poesia, al fine di identificare la particella elementare che ha fatto scaturire l’Ordine del tempo a partire dall’equazione che misura l’entropia del fisico austriaco Ludwig Boltzmann, “Delta S è sempre maggiore o uguale a zero”. Rovelli racconta che è stato lo scienziato austriaco a farci vivere uno dei “tuffi più vertiginosi verso la nostra comprensione della grammatica intima del mondo” e spiega: “Alla fine dell’Ottocento molti ancora non credevano che molecole e atomi esistessero davvero; Ludwig era convinto della loro realtà e ne aveva fatto la sua battaglia”. Il segreto è nella capacità di osservare: “Gli occhi di Copernico hanno visto la Terra girare guardando il sole che tramonta. Gli occhi di Boltzmann hanno visto muoversi furibondamente atomi e molecole guardando un bicchiere di acqua immobile”. Si scopre che gli scienziati non sono altro che novelli historei (“testimoni oculari” come si autodefiniva Erodoto), o odissei, vale a dire osservatori che viaggiano alla scoperta della natura delle cose, De rerun natura, come recita il titolo del poema di Lucrezio che indaga gli atomi di Epicuro. Un punto di osservazione questo in cui lo sguardo, soprattutto poetico, fa intuire ciò che si agita dentro l’invisibile: “Forse la radice profonda della scienza è la poesia: saper vedere al di là del visibile” perché “nella descrizione microscopica non c’è un senso in cui il passato sia diverso del futuro” e “la differenza fra passato e futuro si riferisce alla nostra visione sfocata del mondo”. E’ sempre una questione di come si guarda, anche lo scorrere del tempo: “Il tempo è un bambino che gioca con i dadi” era l’arcano algoritmo della filosofia di Eraclito, con le sembianze del Panta rei, tutto scorre.
Forse anche Max Planck, nella scoperta del “quantum”, si è lasciato ispirare dalla segreta poesia che emanano le radiazioni elettromagnetiche, e si dilettano ad esibire la loro natura dualistica “onda-particella”, confermata da Albert Einstein con l’esperimento definito “effetto fotoelettrico”. La mutazione corpuscolare che ha dato impulso alla Teoria dei Quanti è rimasta un enigma anche per il padre della teoria della relatività, finché non è stato risolta sperimentalmente dal fisico francese Alain Aspect, dimostrando la correlazione (entanglement), l’intreccio “mistico” che rappresenta il paradosso più arduo da concepire, in quanto viola il principio per cui nessuna informazione può superare la velocità della luce. Questa irresistibile attrazione che “a nullo amato amar perdona”, è stata rievocata da Jim Al-Khalili e Johnjo e Mc Fadden in un libro intitolato La fisica della vita (2015), dove si ipotizza che i fenomeni quantici esistono anche in biologia. Pensiamo al nostro cervello: un grande campo elettromagnetico formato da miliardi di neuroni collegati da sinapsi, i neurotrasmettitori che si affidano sia alle correnti elettriche che alle interazioni chimiche. Un mistero incredibile, come il cosmo. A gettare un po’ di luce nei segreti meandri del nostro microcosmo sono stati James Watson e Francis Crick nel 1953, i quali scoprono la struttura a doppia elica del DNA, riconosciuto come un codice, cioè una sequenza di informazioni che detta istruzioni per l’ereditarietà attraverso la copiatura del messaggio genetico. Eppure, nonostante la perfezione della replicazione e della trasmissione dei geni, la vita non si sarebbe potuta evolvere se non ci fosse stato qualche errore dovuto al caso o alla necessità. Infatti le mutazioni sono il fattore che ha trasformato semplici organismi nell’avventura della biodiversità. Più o meno come è avvenuto con gli errori di copiatura da parte degli amanuensi negli antichi codici, o con il “casuale” smarrimento di Dante nella “selva oscura”. La Letteratura e la Filologia hanno anticipato la Biologia: una storia tutta da scrivere o riscrivere. A mano sia chiaro: perché senza gli errori di copiatura non avremmo potuto leggere l’epopea che da Omero arriva a Dante. A questo punto abbiamo fondati motivi epistemologici per gettare le fondamenta per una nuova disciplina: la Filobiologia, cioè poter risalire al mitico manoscritto dell’altrettanto misterioso autore, dove è stata scritta la matrice universale del pensiero primordiale: quell’autografo-archetipo che risiede nel DNA e che Carl Jung ha ri-codificato come una sorta di struttura o memoria ancestrale, formatesi nell’inconscio collettivo fin dalla primitiva infanzia del mondo e che si è simbolicamente espresso con la mitopoiesi. Ma è stata la precisione degli organismi viventi di replicare e trasmettere il proprio genoma da una generazione all’altra che convinse il fisico Erwin Schrodinger, noto per l’esperimento concettuale passato alla storia della Fisica come il “paradosso del gatto”, che i geni sono entità quantiche, più simili a singoli atomi o molecole, soggetti cioè a regole non classiche, e ipotizzò che l’ereditarietà potesse essere basata sul nuovo principio quantistico “ordine dall’ordine”, rispetto a quello classico “ordine dal disordine”, regolato dalla seconda legge della termodinamica. Nel suo testo Cos’è la vita? ha prefigurato che le mutazioni sarebbero state determinate da un salto quantico del gene.
L’equazione romantica e quantica dello sturm und drang
Questa della Teoria dei Quanti è un’epica storia di equazioni ricolme di incognite che disorienta lo sguardo e il pensiero: da un mondo di certezze deterministiche, perfettamente misurabile, nell’incertezza e nella probabilità. L’ordinata e rasserenata visone classica è perturbata dallo sturm un drang dei quanti che genera disordine, irrequietudine, di fronte all’invisibile e all’incomprensibile che scuotono le fragili e precarie certezze dell’uomo e la sua confusa e tormentata identità. Non abitiamo più il mondo ideale in cui regna l’ordine, l’armonia, l’equilibrio e la misura, ma quello in cui risiede l’inquieto demone, lo “spirto guerriero ch’entro mi rugge” (U.Foscolo, Alla sera), dove operano l’incommensurabile, la fantasia, la libera ispirazione, la spontaneità, lo slancio creativo, lo struggente desiderio di assoluto con la consapevolezza che l’unità originaria tra uomo e natura sia stata infranta in modo irreversibile.
Con il mutare dei tempi anche la sintassi e la grammatica delle scienze mutano pelle, non solo il linguaggio della Letteratura e dell’Arte, in particolare con lo scoccare del ‘900. L’osservatore non è più semplice spettatore, ma anche attore il cui sguardo disorienta la scena, come ci ha fatti edotti Luigi Pirandello. In questo nuovo teatro anche la materia subatomica si improvvisa “attrice in cerca di autore” con “il gioco delle particelle”. L’atomo diventa il microscopico teatro dove la Fisica dei Quanti mette in scena un microdramma, con i protagonisti che sfuggono al controllo del regista, e recitano a soggetto con un canovaccio dove non è più possibile misurare il valore della velocità o di identificare la posizione delle “parti”; e l’interpretazione si dipana sul filo del principio di indeterminazione. È la particella, che non sa se essere o non essere onda, si mostra solo nel momento in cui la si osserva, né prima, né dopo. E’ imprevedibile, come la libertà creativa dell’inconscio, che guada caso, viene indagato da Sigmund Freud attraverso i sogni, nello stesso momento in cui Max Planck comincia ad interrogare l’oscura materia dei quanti. È il caso di ripetere con Shakespeare che “noi siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” (La tempesta). È come se uno spirito cosmico avesse deciso di disseminare il suo deiscente seme facendo trasumanare i fotoni tra i neuroni che viaggiano lungo i paralleli e i meridiani degli emisferi pensanti della terra; ma “Trasumanar significar per verba/ non si poria, però l’essemplo basti/ a cui esperienza grazia serba”. Le parole, spiega Dante al cospetto della radiosa bellezza di Beatrice, non sono in grado di esprimere l’intensità emotiva che prova. Solo l’esperienza della visione di fronte al nuovo paesaggio del Paradiso, nel potente desiderio della ricerca di Dio, si può comprendere il significato del “trasumanar”, il passaggio dall’umano al divino. Una esperienza che il filosofo Henry Bergson (Premio Nobel per la Letteratura nel 1928) tenta di interrogare e di tradurre sempre in quel frangente storico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, intuendo “l’atomo sfuggente” del tempo, attraverso il “dualismo” materia-spirito che prefigura una corrispondenza con la dualità onda-particella. Lo aveva sperimentato Niels Bohr, con una contro intuizione, enunciando “il principio di complementarietà”: la duplice natura di alcune rappresentazioni fisiche dei fenomeni a livello atomico e subatomico che non può essere osservata contemporaneamente durante lo stesso esperimento, un comportamento che mette in crisi la concezione della fisica classica e anche della logica. Per Niels Bohr, uno dei padri fondatori della meccanica quantistica (premio Nobel per la Fisica nel 1922), il principio di complementarietà della realtà rappresentava una lezione di vita: “L’opposto di un’affermazione vera è un’affermazione falsa, ma l’opposto di una profonda verità è un’altra verità profonda”. Per riprendere un pensiero di Luciano, la vita è una processione di maschere: “La vita degli uomini è simile ad una lunga processione in un teatro: la sorte guida la processione e stabilisce a suo piacere lo spettacolo. I capi della processione curano le figure e gli abiti dai molti colori. Infatti la sorte assegna a qualcuno l’abito regale e cinge la testa con il diadema poi ad un altro ancora mette la maschera di un servo ad uno ricca e bella ad un altro brutta e ridicola. Spesso la sorte esorta i capi della processione a cambiare gli abiti: talora l’uno cade nella ricchezza dalla povertà l’altro dalla buona salute nella malattia, un altro padrone diventa schiavo, un altro viene a trovarsi schiavo della regina. Quando dunque la sorte chiede indietro il vestito alcuni sono contrariati e si lamentano: pensano infatti di possedere per sempre quegli abiti e non riconoscono la brevità dei doni della sorte”. (Luciano di Samosata, Gymnasion, II sec. d.C.)
Anche per Bergson il tempo vissuto non ha quantum. Nella sua clessidra non ci sono più i granellini di kronos che scorrono meccanicamente, ma quantità incommensurabili di Mnemosyne, la dea della memoria che si porta in grembo il passato e anche il presente, con tutto il carico emotivo e sentimentale, e nella cui “esperienza” si “serbano” particelle di coscienza. Il tempo autentico è quello interiore, indivisibile, non certo quello che si usa per scopi pragmatici o scientifici: “Al di fuori di me, nello spazio, c’è un’unica posizione della lancetta e del pendolo, perché delle posizioni passate non resta nulla. Dentro di me si svolge un processo di organizzazione e di mutua compenetrazione di fatti di coscienza, che costituisce la vera durata”. E così anche Marcel Proust, nella sua recherche, scopre che “un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi”. Da questo flusso continuo, “analogico”, si sprigiona l’èlan vital, lo “slancio vitale”, un’energia creatrice universale. La vita si sviluppa ed esplode in diverse direzioni: piante, animali, istinti e intelligenza che porta l’uomo alla coscienza e alla costruzione di categorie e strumenti operativi come quelli della scienza, ma che diventano sempre più astratti, frantumando la durata reale, imponendo etichette e “maschere” ad una realtà invece in perenne movimento. All’intelligenza, protesa a costruire forme astratte, ad esaminare, a tagliare come le forbici, sono necessari non solo l’estro delle mani del sarto ma anche l’astro dell’intuizione, “la simpatia per la quale ci trasportiamo all’interno di un oggetto”:
“Vi è almeno una realtà che cogliamo completamente dal di dentro, per l’intuizione e non con la semplice analisi. Essa è la nostra stessa persona nel suo scorrere attraverso il tempo, il nostro io che dura. Non possiamo simpatizzare intellettualmente con nessun altra cosa, ma simpatizziamo certamente con noi stessi”. (H. Bergson, Introduzione alla metafisica, 1903). L’intuizione apre la visione alla contemplazione, alla realtà dei molteplici mondi, con una nuova illuminazione. Anche Pirandello nel 1908 nel saggio L’umorismo, dove condensa la sua visione esistenziale, richiama la contraddizione fra il flusso vitale, e la forma che spinge l’uomo ad indossare la maschera per recitare una parte che rappresenta la cristallizzazione della vita: “La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita…”
Agape: l’altra faccia di Amore che ha generato l’evoluzione della vita
Ad aprire fecondi orizzonti nella storia evolutiva, ci ha pensato la biologa Lynn Margulis, che ha avuto in dono il “pensiero divergente”, così come Einstein e tanti altri scienziati non ortodossi, dotati di “intuizione eretica”. Le sue ricerche dimostrano che l’evoluzione della vita sul nostro pianeta non è avvenuta soltanto attraverso la competizione, ma anche tramite la cooperazione. Studiando proprio quel vasto universo dei microorganismi, all’origine della vita sulla terra, ha intuito il processo della simbiosi che innesca il meccanismo evolutivo, definito come simbiogenesi o endosimbiosi. La Margulis ha compreso che l’evoluzione delle specie non soltanto è il frutto dell’accumulo di mutazioni casuali, ma anche il risultato di fenomeni di simbiosi (simbionti batterici) poi gestiti dalla selezione naturale. Nel corso delle sue ricerche arriva ad abbracciare l’ipotesi Gaia formulata dallo scienziato James Lovelock. La visione olistica, l’intima connessione ecologica e affettiva della vita sulla terra come una Madre circonfusa di sacralità, considera gli esseri umani non sono dissimili alle altre creature:
“L’Homo sapiens non è saggio in virtù del nome che si è auto-assegnato… Per me la specie puzza di arroganza pregna di ignoranza” (Una rivoluzione in evoluzione: scritti selezionati, 2002).
Questa radicale critica all’antropocentrismo, entra in cortocircuito con l’immagine rinascimentale che Pico della Mirandola descrive nella sua celebre Horatio de hominis dignitate, testo considerato il manifesto del Rinascimento:
“Adamo, non ti ho dato una stabile dimora, né un aspetto tuo proprio, né alcuna specifica prerogativa, affinché tu abbia e possieda, secondo il tuo desiderio e la tua volontà, quella dimora, quell’aspetto, quella prerogativa che avrai scelto tu stesso, una volta definita, la natura di tutte le altre cose resterà fissata entro leggi stabilite. Ma tu, non costretto da nessuna limitazione, potrai determinare te stesso, secondo quella libertà che io ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perché tu possa così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale, né immortale affinché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, secondo il modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superiori, alle divine.”
L’uomo libero artefice di se stesso, può degenerare fino alla brutalità o elevarsi alla condizione di creatura divina. L’uomo rinascimentale è definito copula mundi da Marsilio Ficino, attore e costruttore del mondo (homo faber fortunae suae), che unisce il cielo e la terra, il microcosmo al macrocosmo, attraverso la forza dell’amore, rappresentato analogicamente nel celebre disegno dell’uomo vitruviano di Leonardo. Ma le particelle amorose che unificano il mondo non sono prerogativa dell’homo rinascimentale. I primi esseri viventi sulla terra, osservati e contemplati da Lynn Margulis, ci svelano l’altra faccia della copula mundi, l’Agape: la vita sulla terra non si è evoluta soltanto attraverso la competizione, ma con la cooperazione fraterna. E quindi, possiamo dedurre che la correlazione quantica (entanglement), mette insieme la simbiogenesi evolutiva con le particelle elementari, in sintonia con le ricerche di Jim Al-Khalili e Johnjoe Mc Fadden contenute ne La fisica della vita. La rivelazione del microbioma, fondamentale per comprendere il meccanismo delle difese immunitarie, ci dà altre importanti informazioni sul nostro DNA, molto probabilmente, redatto con l’errata corrige dell’alfabeto dei quanti.
È un mondo ricolmo di misteri, di paradossi e di stravaganze che le equazioni cercano di catturare, penetrare e risolvere. Come quella di James Clerk Maxwell, che portò all’elaborazione di una formula che unificò i campi elettrici con quelli magnetici, tuttora insuperata per tutti gli osservatori, come la velocità della luce, sempre costante indipendentemente dallo stato dell’osservatore.
“L’ignoranza totale e cosciente è il preludio a un progresso reale nella scienza” ha ipotizzato Maxwell. Siamo di fronte all’ignoto come quei primitivi nostri antenati che si stavano preparando a diventare sapiens, e che fantasticavano sul creato e inventavano i miti. Una nuova scoperta potrebbe rivoluzionare la stessa ricerca scientifica, cambiando lo sguardo incerto sul comportamento della materia subatomica come il dualismo “onda-particella”, ma anche della stessa mente, e di riflesso riuscire a esplorare quel quantum in cui affiora il lume della Coscienza. Un passo che potrebbe illuminare la porta chiusa ermeticamente dove, ipotizziamo, si anniderebbero gli enigmi della psiche, come ci svela il racconto “Amore e Psiche” di Apuleio nelle Metamorfosi. Immaginare di assistere al parto della Coscienza, senza la quale vivremmo ancora nello stato della perfetta barbarie, potrebbe suggerirci il codice per aprire il segreto scrigno della mater materia. Una ipotesi che spinse Einstein a fare la nota battuta per screditare la meccanica quantistica, che “Dio non gioca a dadi”, contenuta in una lettera scritta a Max Born (Premio Nobel per la Fisica nel 1954):
“Le nostre aspettative scientifiche sono ormai agli antipodi. Tu credi in un Dio che gioca a dadi, e io in leggi perfette che regolano il mondo delle cose esistenti come oggetti reali, e che cerco affannosamente di afferrare con metodo speculativo” (lo stesso Einstein il 3 gennaio 1954, per fugare ogni dubbio sulla sua presunta fede religiosa, ha scritto una “Lettera su Dio”, ritenuto uno dei più importanti manoscritti del XX secolo).
Ad interrogare un’altra zona oscura della nostra vita psichica, è stato S. Freud: l’inconscio è altro mistero che nasconde l’infinito che ogni essere umano porta con sé fin dal suo concepimento, una sorta di palinsesto dove ci sono arcani alfabeti che continuamente vengono scritti e poi corretti e riscritti. Diversamente come avrebbero potuto gli hominidae intuire e illuminare il proprio cammino evolutivo? Ma invece di elevarsi alla sfera delle creature divine, “l’umanità è ormai giunta a una svolta rovinosa; cos’è che produce divisione, conflitto e distruzione senza fine?” si chiedono il maestro spirituale J. Krishnamurti, e il fisico David Bohn, in Dove il tempo finisce, (1986).
Adesso, lungo il percorso del nostro “cammin” che ha smarrito la retta via, invece di Virgilio e Beatrice, incontriamo i nuovi avatar. Ad un certo punto della storia evolutiva, si è verificato un “salto” che ha superato ogni confine: il medium, l’estensione del nostro corpo – come lo definisce il sociologo dei mass media M. McLhuhan ne Gli strumenti del comunicare (1964) – si è reso indipendente dai nostri arti e dalla nostra arte, trasformandosi prima in artificio e poi in intelligenza artificiale. Come ogni altra opera provvidenzialistica, possiamo osservare i suoi effetti ipostatizzati negli algoritmi, e di riflesso, nella rete e nei robot, che sono diventati i nostri nuovi avatar, come Visnu. Tutto questo da quando sono state oltrepassate le colonne d’Ercole: attraverso il progresso tecnico-scientifico, si è generato un punto di non ritorno. Come se si fosse scatenato un sisma di proporzioni catastrofiche provocando una profonda rottura nella geologia ontologica, antropologica ed epistemologica della storia e della psiche. Man mano che passano i giorni, ci ritroviamo così a convivere con oggetti sempre più estranei e incontrollabili, ma che usiamo, in modo paradossale e parossistico, per potenziare il controllo sui vari fenomeni, sui diversi fronti e sulle inusitate e ignote frontiere, sperando di rendere la residenza esistenziale e materiale meno esposta alle minacce, e di conseguenza, più sicura e gloriosa. Ma l’esperienza che la “grazia riserva”, insegna che ci si sta allontanando dalla vera tecnica che sviluppa e potenzia le facoltà del pensiero meditante e illuminante che rende più forte il corpo e la mente. E ci ritroviamo a vivere in un ambiente in cui abitiamo la nostra estraneità, perché ci siamo “alienati” e lo abbiamo inquinato. In altre parole la nostra umanità e intelligenza sono state consegnate nelle mani delle macchine e del potere tecnico-mediatico, sempre più in grado di penetrare nella nostra storia evolutiva: e da strumentali i media ci hanno talmente strumentalizzato che siamo ridotti ad essere una funzione, e quindi funzionali ad un sistema che non siamo in grado di conoscere e di controllare: in termini matematici, siamo f di X, cioè semplici applicatori di una funzione, cioè delle “app”, delle protesi del sistema. Trasferendo queste operazioni alle equazioni, l’incognita X è senza alcuna soluzione. Lo stesso Ippocrate (460 – 377 circa), considerato il padre della medicina, metteva in guardia dall’uso della tecnica senza quella luce che illumina i segreti della natura: “Gli uomini devono cercare nei processi delle loro tecniche la luce che permetta loro di penetrare nei segreti della natura”. A distanza di oltre un millennio, anche il filosofo e politico inglese Francesco Bacone con il suo speculum, intravede il potere – ma anche il pericolo – che si stava profilando: “La scienza e la potenza umana coincidono, perché l’ignoranza della causa fa mancare l’effetto”(Bacone, La grande instaurazione, parte seconda: Nuovo organo, 1620)
La proposizione “l’ignoranza della causa fa mancare l’effetto” dovrebbe spingere l’homo faber e technologicus a tenere bene in vista il principio di precauzione ecologico ed etico evocato dal filosofo Hans Jonas: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana” (Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, 1979). Colui che ha ingannato Zeus per rubare il fuoco della tecnica e della scienza, il titano considerato il benefattore dell’umanità, con Eschilo ci mette in guardia: “Questo non è il momento di svelare il segreto, ma occorre tenerlo nascosto il più possibile” (Eschilo, Prometeo incatenato, 460 a.C.). Proviamo ad accendere “il fuoco” del segreto: la salute, attraverso un’alimentazione sana e sorretta da un sano esercizio fisico, intellettuale e spirituale. Lo aveva prescritto sempre Ippocrate: “Fai che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”. Tradotto: ritornare ad uno stile vita salutare e riflessivo, contemplativo e intuitivo, rispettando Madre Terra, il cui parto ci dona il nutrimento. Questa la principale chiave che ci offre la scienza fisica e metafisica. Significa agire e reagire contrapponendo dei potenti anticorpi di fronte ad un sistema che scarica una moltitudine di virus e di tossine velenose che hanno intossicato corpo e mente. Non è solo esercizio fisico, ma coinvolge lo Spirito, la fonte naturale che produce energia ecologica ed economica oltre che estetica ed etica, per la salute del nostro Essere e del nostro Ben Essere, avendo cura dell’ambiente che ci dà ospitalità. Creando una corrispondenza con il mito, l’uomo contemporaneo impigliato nelle intricate trame della rete dei nuovi labirinti terrestri e dei profondi abissi marini, si trova nella stessa condizione di Glauco, il dio del mare, che Platone prende come simbolo della perdita di identità:
“Dobbiamo ora rivolgere l’attenzione alla presente condizione dell’anima che vediamo incrostata da mali innumerevoli, come Glauco, il dio del mare, la cui forma originaria a mala pena può essere distinta, perché parti del suo corpo sono stati spezzate o corrose o completamente sfigurate dalle onde. Si sono poi aggiunte incrostazioni, erbe, pietre e conchiglie, per cui ora Glauco assomiglia a qualunque altro essere e non più a se stesso” (Platone, Repubblica, Libro X).
La storia e la memoria ci raccontano la demenza di determinati personaggi, affetti dal virus del delirio di onnipotenza, come Erasmo da Rotterdam spiega ne L’elogio della follia: cioè nostri simili, sedotti dal potere, dal desiderio di dominio, preda di passioni nefaste, feroci e atroci, senza alcuna pietà e umanità, portano a compimento progetti mostruosi. “Ci sono in ogni epoca individui che non pensano come tutti, cioè che non pensano come coloro che non pensano affatto” ci ricorda Marguirite Yourcenar.
Questo perché accade? E’ un enigma che l’uomo si porta dentro fin dalla sua scaturigine, dallo scoccare del pensiero mitico. Nella nostra età siamo testimoni di efferatezze, di terribili violenze, di orrendi crimini che creature con sembianze umane compiono nei diversi ambiti e ruoli, i cui principali autori e complici sono i potenti che hanno le redini dei governi, tutto autorizzato dalle leggi, in ragione del principio del nomos o della “ragion di Stato”. E siamo spettatori di inaudite ingiustizie accettate come se fossero state imposte da una autorità soprannaturale. Ma accanto ci sono uomini che si ritrovano a lottare una dura lotta, spesso impari e in silenzio contro i propri i limiti, contro i multiformi poteri, per illuminare le sorti dell’umanità. Uomini e donne di scienza e di coscienza, esseri umani liberi, capaci di sacrificare la propria vita per il bene collettivo, di lottare per la libertà di pensiero, contro ogni forma di scientismo o totalitarismo politico e culturale, con umiltà e passione, aperti al dialogo, animati da uno spirito cooperante benefico, e non certo da un meschino e oltraggioso egoismo e dalla presunzione di essere i depositari della verità assoluta.
Come Eraclito, anche Protagora – e più vicino a noi, Albert Camus in “L’uomo in rivolta”- ci ricorda che “l’uomo è misura”. La cultura stessa, compresa quella scientifica, è misura ed è limite: “Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva” (Norberto Bobbio in Politica e cultura, 1955). La scienza è tale perché misura e si misura, come hanno compreso i fisici che si sono misurati con il mistero dei Quanti: quando invece l’ambizione è “smisurata”produce fenomeni terribili come i lager e ordigni come la bomba atomica. In verità, Ippocrate lo aveva compreso prima di Cristo che “Le cose sacre non devono essere insegnate che alle persone pure” e quindi “è un sacrilegio comunicarle ai profani prima di averli iniziati ai misteri della scienza”. (Ippocrate, Prolegomeni,12, Corpus Hippocraticum ). Senza l’iniziazione alla sacralità, ci si abbandona alla dissacrazione con quell’incontenibile desiderio di oltrepassare i limiti, incarnato dall’Ulisse dantesco: la sete inestinguibile di “virtute e conoscenza” lo spinge a violare le Colonne d’Ercole(XXIV Canto dell’Inferno), per poi essere inghiottito dal mare nel suo folle volo. In questo tempo “smisurato” non siamo più eccitati dalla virtù, ma dal delirio di Icaro, con i remi che diventano ali deliranti “al folle volo” e il calore del sole scioglie le piume dell’ambizione. Anche Prometeo viene punito dopo aver rubato il sacro fuoco della conoscenza a Zeus, stessa sorte per Adamo ed Eva.
Il paradosso del paradosso di Achille e la tartaruga
Da quando sulla scena è apparso Amleto, il protagonista assoluto è il capriccio del caso, l’enigma se essere o non essere di fronte allo spettro che incita alla vendetta. E intanto, nel castello di Elsinore, si portano a compimento oscuri crimini. Nuovi fantasmi si affacciano nelle violate dimore e inquietano i nostri sonni. Gli spettri ci offrono utili indizi per scoprire la complicità che si è creata tra l’intelligenza artificiale e quella umana. Quest’ultima, grazie a Dio, ogni tanto, compie degli errori. Ed è grazie al caso che l’homo Habilis si è evoluto in Sapiens. Adesso che saremo dominati dagli algoritmi e non ci saranno più errori, possiamo dire addio all’evoluzione? La risposta è no! se ritorniamo amanuensi, solerti trascrittori di codici, nello scriptorium delle nostre sinapsi.
Ma sulla scena del mondo dei post ormai si recita a soggetto con il nuovo paradosso di Achille e della tartaruga, enunciato circa due millenni e cinque secoli addietro da Zenone di Elea a difesa della tesi del suo maestro Parmenide, il quale sosteneva che la molteplicità e il movimento fossero solo un’illusione. Per dare forza al suo ragionamento Zenone ha attuato il metodo dialettico della reductio ad absurdum attraverso il paradosso. E’ stato risolto definitivamente dal matematico Carl Friedrich Gauss (1777 – 1855) attraverso la definizione di “T” come valore finito, non infinito. Fabula docet: ormai da tempo Achille (l’intelligenza artificiale) ha messo le sue mani e le sue armi sulla tartaruga (l’intelligenza umana) e non abbiamo la più pallida idea dove “piè veloce” Achille adesso sia e stia:
“Nell’incapacità della nostra anima di rimanere “up to date”, al corrente con la nostra produzione, dunque di muoverci anche noi con quella velocità di trasformazione che imprimiamo ai nostri prodotti, e di raggiungere i nostri congegni che sono scattati avanti nel futuro (chiamato “presente”) e che ci sono sfuggiti di mano. La nostra illimitata libertà prometeica di creare sempre nuove cose (costretti come siamo a pagare senza sosta il nostro tributo a questa libertà) ci ha portati a creare un tale disordine in noi stessi, esseri limitati nel tempo, che ormai proseguiamo lentamente la nostra via, seguendo di lontano ciò che noi stessi abbiamo prodotto e proiettato in avanti, con la cattiva coscienza di essere antiquati, oppure ci aggiriamo semplicemente tra i nostri congegni come sconvolti animali preistorici.” (G. Anders, L’uomo è antiquato, 1956).
A fare da sfondo la postfazione di Y.N. Harary, al suo Sapiens (2011) sottotitolata “L’animale che diventò un dio”, con questa inquietante domanda finale: “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?
Si è realizzata la profezia di Bacone: che la scientia est potentia, cioè “la scienza coincide con la potenza umana”. Sappiamo cosa desiderano i nuovi dèi, coloro che in questo momento storico, vestono i panni di novelli prometei? E domandiamo se siano vaccinati per resistere alle tante “infezioni” che ha prodotto e produce questo sistema fondato su sfruttamento, povertà, ingiustizie, armi, inquinamento, egoismo, cupidigia, narcisismo, crimini, violenze, vanità, menzogne; patogeni virali che hanno generato tumori inguaribili come i colossali imperi economici e finanziari, ben custoditi da pochi magnati, selezionati per grazia divina, secondo lo “Spirito Santo” protestante dell’etica calvinista. A testimoniare l’ascesa di Icaro della nuova classe plutocratica il recente rapporto di Oxfan 2021, intitolato “Il virus della disuguaglianza, dove si denuncia che dall’inizio della pandemia il patrimonio dei primi 10 miliardari del mondo è aumentato di 540 miliardi di dollari, mentre ai più poveri potrebbero servire 10 anni per recuperare le perdite subite col virus. Il report di Oxfan svela il vero volto dell’emergenza pandemica:
“La pandemia da coronavirus è potenzialmente destinata a produrre un simultaneo aumento delle disuguaglianze in quasi tutti i Paesi del mondo, fatto inedito da quando la disuguaglianza ha iniziato ad essere monitorata. Il virus ha messo in evidenza e acuito le disuguaglianze preesistenti sul piano economico, razziale e di genere. Le vittime ad oggi sono oltre due milioni e centinaia di milioni di persone stanno cadendo in povertà, mentre molti dei soggetti più ricchi (individui e imprese) prosperano. I patrimoni miliardari sono tornati agli astronomici livelli prepandemici in soli nove mesi, mentre per le persone più povere del mondo la ripresa potrebbe richiedere oltre un decennio. La crisi generata dal Covid-19 ha rivelato la nostra fragilità collettiva e l’incapacità di un sistema economico profondamente iniquo di garantire il benessere per tutti, ma ha anche dimostrato l’importanza vitale dell’azione di governo per la protezione della nostra salute e il supporto economico in un momento di estrema difficoltà. Politiche trasformative che sembravano impensabili prima della crisi si sono improvvisamente dimostrate possibili. Non possiamo ritornare allo status quo: al contrario, cittadini e governi devono agire con urgenza per costruire un mondo più equo e sostenibile”.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite si è espresso con queste parole:
“Il COVID-19 è stato paragonato a raggi X che svelano le fratture presenti nel fragile scheletro delle società che abbiamo costruito. Mette in luce errori e falsità dovunque: la menzogna secondo cui i liberi mercati possono offrire assistenza sanitaria a tutti, la finzione che il lavoro di cura non retribuito non sia lavoro, l’illusione di vivere in un mondo post-razzista, il mito secondo cui siamo tutti sulla stessa barca. È vero che galleggiamo tutti sullo stesso mare, ma è altrettanto chiaro che alcuni viaggiano in super yacht mentre altri sono aggrappati a rottami alla deriva”.
Il report ci racconta che la pandemia da COVID-19, “passerà alla storia come quella che ha già mietuto oltre due milioni di vittime in tutto il mondo e condannato all’indigenza e alla povertà centinaia di milioni di persone. Probabilmente passerà alla storia anche perché, per la prima volta da quando viene monitorata, la disuguaglianza aumenterà simultaneamente in quasi tutti i Paesi del mondo.”
E siamo proprio certi che le ricerche siano “immuni” dalle brame di questi “nobil signori”? E le colossali quantità di denaro che entreranno nelle riserve auree di questi plutocrati, come verranno impiegati? Chi salverà la salute pubblica dal loro strapotere? O dobbiamo sperare in un’ondata filantropica alla Bill Gates per curare il mondo imponendo nuovi vaccini e mondarlo dal peccato originale espiato nel Purgatorio?
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno…
(Divina Commedia, Purgatorio, vv. 70-72)
Sarà vero che il diluvio dell’emergenza sanitaria e umanitaria ci purgherà e ci restituirà la dignitatis humanae attraverso una nuova alleanza, sancita dall’apparizione dell’arcobaleno all’orizzonte?
Animare il dibattito su questioni cruciali credo sia una “responsabilità” da prendersi in un tempo che mostra tutta l’emergenza che si portava grembo, come un mare in tempesta che fa emergere le immondizie, e in cui per miracolo emerge una colossale quantità di fondi che andranno a sommergerci per depositarsi nei bacini degli azionisti di poche industrie (come le multinazionale che vendono il vaccino), un oligopolio che avrà poi il potere di condizionare l’opinione pubblica e le scelte politiche, senza che da parte del comune cittadino ci sia la possibilità di poter controllare questi nuovi imperi coloniali e le loro armate. Si è già sperimentato nella storia contemporanea quali effetti hanno provocato le crisi e le emergenze, comprese le guerre.
Per questi motivi tutte le scoperte che hanno un impatto globale dovrebbero essere messe a disposizione per il bene dell’umanità come ha fatto Albert Bruce Sabin, medico e virologo polacco che ha sviluppato il vaccino contro la poliomielite, rinunciando così allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche. La vicenda del suo vaccino è emblematica, oltretutto, su come le cosiddette “autorità del farmaco” agiscono e autorizzano i brevetti, non soltanto per la loro effettiva efficacia. Infattti le autorità sanitarie degli Stati Uniti d’America allora preferirono autorizzare il vaccino di Jonas Salk, brevettato e messo in vendita su larga scala, ma hanno ritardato l’approvazione del vaccino di Sabin, pronto già nel 1955. È stato Albert Einstein a ricordare a se stesso e all’umanità intera il debito e il riconoscimento verso il lavoro degli altri e che le scoperte sono patrimonio collettivo, e non devono essere considerate proprietà esclusiva di un uomo o di una impresa privata:
“Cento volte al giorno, ogni giorno, io ricordo a me stesso che la mia vita, interiore ed esteriore, dipende dal lavoro di altri uomini, viventi o morti, e che devo sforzarmi per dare nella stessa misura in cui ho ricevuto e continua a ricevere.” (Il mondo come io lo vedo, 1931)
E dulcis in fundo vorremmo capire come sia possibile che “Stati” che si basano su una Magna Charta che enuncia principi democratici e valori ispirati alle forme più nobili di civiltà possano tollerare che pochi uomini siano in possesso di immensi capitali, quando tantissimi esseri umani non hanno da mangiare e sono sfruttati e calpestati nella loro dignità! Tutto questo è legalmente consentito, ma contrasta con il sentimento della Giustizia, con i principi sanciti nelle Costituzioni e nelle Dichiarazioni, e rappresenta un crimine contro l’umanità autorizzato dalle leggi. “L’obbedienza non è più una virtù” aveva ammonito Lorenzo Milani ne la Lettera ai giudici, (1965), un manifesto contro l’obbedienza cieca, in cui riafferma il primato della coscienza e la responsabilità etica delle proprie scelte, nel senso della parrhesia, il coraggio della parola e della verità, che dovrebbe animare tutti gli esseri umani onesti e armati di coscienza etico-politica, perché, come ci esorta con le sue ultime parole de la Lettera ai giudici, “se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima”.
Per completare il percorso della nostra mappa interrogativa, se veramente gli uomini che sono al potere delle istituzioni “democratiche” hanno a cuore il bene dell’umanità e la salute dei loro cittadini, come mai permettono che si costruiscano armi, si favorisca il loro immondo mercato e che si inquini Madre Terra, provocando tanti disastri umani, umanitari ed ecologici, e tantissime malattie come i tumori? Chi avrà la forza di ribellarsi e la sua voce avrà l’ardire e l’ardore di farsi ascoltare di fronte ad una dotazione bellica impressionante? Il piccolo Davide con la sua fionda potrà mai vincere contro i terribili armamenti di Golia?
Nessuno può immaginare di mettersi contro il nuovo avatar che instilla e installa nel microbioma il suo karma. Il solo pensarlo annienta. E sui media, “in questo nostro tempo”, vige ancora la legge delle Gorgoni: la pietrificazione a chi osa incrociare lo sguardo di Medusa.
“Che cosa significa “il nostro tempo”? In primo luogo “il nostro tempo” significa una certa sospensione del tempo, del tempo concepito come qualcosa che trascorre e fugge continuamente… Non è che noi dominiamo questo tempo (e, in effetti, quanto poco lo dominiamo!), ma è che il tempo si presenta a noi come questa spazialità o questa “spaziosità” di un certa sospensione – che non è altro che l’epoca, l’epoché che in greco significa “sospensione”. (J. – L. Nancy, La comunità inoperosa, 1986).
In questo tempo sospeso dal coronavirus, siamo in attesa del novello Perseo e di Pegaso, il cavallo alato. Nel frattempo con Pier Paolo Pasolini, riascoltiamo il suo sofferto e profetico testamento epigrammatico:
Al Principe
Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.
(Pier Paolo Pasolini, da La religione del mio tempo, Einaudi 1961)
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