Brexit. Theresa May ha chiesto un rinvio al 30 giugno

Ora è ufficiale la nuova richiesta di rinvio della Brexit. Il premier Theresa May in una lettera a Donald Tusk oggi ha chiesto ufficialmente un ulteriore posticipo della scadenza del 12 aprile. Londra, nonostante i colloqui bipartisan in corso tra May e Corbyn, non ha un accordo per uscire in maniera ordinata dall’Ue entro quella data. Pertanto il premier ha chiesto al presidente del Consiglio europeo un’estensione fino al 30 giugno con una clausola di revoca immediata qualora prima si trovasse un’intesa nel parlamento inglese.

Si tratta di un’estensione flessibile, una flextension. May dichiara sì che a questo punto il Regno Unito dovrà per forza di cose iniziare i preparativi per le elezioni europee del 23-26 maggio, ma si riserva di annullarle all’ultimo momento, cioè il 22 maggio, qualora Londra trovasse un accordo per uscire dall’Ue, magari “pagando una sanzione”. Il Regno Unito potrebbe quindi entrare in una complicatissima e divisiva campagna elettorale per poi cancellare le elezioni poche ore prima del voto.

Tusk e l’Unione Europea sarebbero anche d’accordo nel concedere un’estensione flessibile, ma in teoria non inferiore a 9-12 mesi, ben oltre il limite fissato da May il 30 giugno. Si profila uno scontro sulla durata del rinvio e sarà una contesa decisiva perché qualora non ci fosse un accordo tra Londra e Bruxelles allora il Regno Unito uscirebbe dall’Ue con il No Deal (senza accordo, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per l’economia).

Londra vaglia anche l’ipotesi di un secondo referendum confermativo su qualsiasi accordo Brexit sarà approvato dal Parlamento. Una soluzione che a May non piace affatto, confermano fonti di Downing St, ma allo stesso tempo può rivelarsi utile perché può seminare discordia nel partito rivale, dove due fazioni si stanno scontrando da giorni su questo tema, tra chi dice che ci vuole un secondo referendum a tutti i costi e chi sostiene che invece vi si debba ricorrere solo in ultima analisi per scongiurare un “brutto accordo” o il “No Deal”, come vuole Jeremy Corbyn.

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