Associazioni contro il progetto di trivelle nel mar Ionio

Con decreto del 25 marzo 2015 il Ministero dello Sviluppo Economico ha dato attuazione allo Sblocca Italia, stabilendo le modalità di conferimento dei titoli concessori unici, dei permessi di prospezione, di ricerca e delle concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nella terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale. All’indomani della manifestazione svolta a Policoro il 15 luglio scorso per protestare contro il progetto di trivelle nel mar Ionio il Ministro dello Sviluppo Economico Guidi in risposta a una interrogazione parlamentare, dichiarava l’assoluta volontà di cercare idrocarburi in mare. Quindi, chiara è la volontà del governo e del Ministero dello Sviluppo Economico di perseguire la strada della ricerca ed estrazione di petrolio. Ma a questo punto sorge la necessità di fare alcune domande. Perché il presidente Pittella prima non impugna lo Sblocca Italia che di fatto spoglia regioni e comuni dalle proprie competenze, e poi percorrere la strada del dialogo e degli incontri con il Ministero dello Sviluppo Economico? Perché dialogare quando il Ministero dello Sviluppo Economico emette decreti di attuazione dello Sblocca Italia e dichiara che la ricerca di petrolio in mare si farà sicuramente? Ma soprattutto, perché il presidente Pittella cerca ed ottiene il dialogo con il sottosegretario Vicari per discutere delle trivelle in mare ma senza mai menzionare la questione delle trivelle in terraferma? E’ una scelta o una fiducia nel dialogo che sembra incomprensibile ma forse la risposta è da cercare in una recente notizia. Il 22 luglio 2015 il Ministro dello Sviluppo Economico e la Presidenza del Consiglio dei Ministri hanno presentato appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar Lazio che ha annullato il permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi “Colle dei Nidi” in Abruzzo. La sentenza del Tar produce comprensibili conseguenze negative per una compagnia petrolifera che, di fatto, subisce lo stop al suo progetto industriale. Eppure l’appello contro la sentenza del Tar non è stata presentato dalla compagnia petrolifera come logica impone, ma dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi, contro lo stop alle trivelle imposto dai giudici amministrativi del Tar del Lazio si schiera proprio quel ministero che è stato individuato dal presidente della Regione Basilicata come interlocutore ideale per risolvere la questione delle trivelle. Sembra strano, a tratti incomprensibile anche perché in un Paese normale sulla questione si sarebbe dovuto aprire anche un forte dibattito politico e invece ai più appare anche normale che un Ministero dello Sviluppo economico mentre impugna uno stop alle trivelle contemporaneamente discute e dialoga con le istituzioni per trovare soluzioni concrete. Ma perché nonostante l’evidenza dei fatti in ordine alla volontà del Ministero dello Sviluppo Economico di perseguire a tutti i costi la politica dello sfruttamento del fossile, il presidente Pittella continua a credere e a sostenere la bontà del dialogo in ordine alla soluzione delle trivelle in mare e soprattutto perché non si parla anche delle trivelle in terraferma? Qualcuno ignorando anche i dati pubblicati sui siti ufficiali ha parlato di concessioni in terraferma già concesse ignorando il fatto che sono numerose quelle ancora in corso di autorizzazione, o forse la questione è tutta qui. Il rischio che i Lucani corrono è di trovarsi con moratorie per le trivelle in mare a tempo determinato e trivelle in terraferma a tutto spiano, e seppure alcuni amministratori avranno il coraggio di ricorrere al Tar del Lazio per annullare le concessioni di ricerca o di estrazione, i sindaci e i cittadini potrebbero trovarsi un Ministero dello Sviluppo Economico che ricorre contro le sentenze che riconoscono la tutela del territorio così come già accaduto in Abruzzo.

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