Don Giacomo Panizza, il prete che ha sfidato la ‘ndrangheta

Rita Paonessa

Un prete, un uomo. La paura: sua compagna. Agire fino in fondo: viatico e atto spontaneo. Agire con gli altri: irrinunciabile. La parola “insieme”, i verbi declinati al plurale, cadenzano le sue analisi e le sue storie. Quasi che a una ‘ndrangheta ramificata non si possa rispondere se non con una rete. Di persone e di progetti. E’ Don Giacomo Panizza, ospitato a Pentone dal Comitato civico “L’Arco”. Il prete, in dialogo con Vincenzo Marino, uno dei membri del comitato, per la Calabria ha tratteggiato un futuro che è già presente. Per dirla con l’elenco da lui letto a “Vieni via con me”: i giovani che si “sbattono” coi partiti politici e le donne “attente e appassionate”, le “madri che supplicano i boss” per sapere dove hanno seppellito i loro figli e “quelli che in tribunale si ricordano facce e nomi di chi ha chiesto loro il pizzo”. Anche questo è Sud. L’incontro con Don Giacomo, tra le iniziative del comitato civico “L’Arco”, “inaugura un filone tematico in cui la cultura della legalità sia al centro – introduce la serata Vincenzo Marino – nel tentativo di riflettere, condividere e agire comunemente». Il dialogo tra il moderatore e il prete prende le mosse dal libro-intervista di Goffredo Fofi e Don Giacomo Panizza, “Qui ho conosciuto Purgatorio, Inferno e Paradiso”. Purgatorio, Inferno e Paradiso. Perché “Inferno” si attaglia solo a un pezzo di Calabria. La regione in cui Don Giacomo – bresciano – è chiamato ad aiutare una comunità di ragazzi diversamente abili. Nel 1976, quindi, si trasferisce a Lamezia Terme. Dove fonda la comunità autogestita “Progetto Sud”. Negli anni, le iniziative, i gruppi, i progetti, si moltiplicano. Tra questi “Àlogon” – è greco, vuol dire “senza parole”, “non contato” – una rivista per dare voce a chi non riceve spazio o crede di non avere nulla da dire. Don Giacomo, insieme a quanti collaborano con lui, si scontra con le logiche – incomprensibili – della ‘ndrangheta («perché io devo lavorare e un altro prende i soldi?», si domanda durante l’incontro). Nel 2002 comincia a utilizzare un bene confiscato ai Torcasio: da allora è sotto protezione. Don Giacomo ha uno sguardo doppio, metà lombardo, metà calabrese. Della Calabria, durante la serata, legge criticità e semi buoni. Nella nostra regione, secondo il prete, la scuola, l’Università, lavorano bene, ma la cultura non è realmente promossa. I cartelloni dei teatri, ad esempio, preferiscono i belli spettacoli ai progetti e ai lavori, meno noti, dei calabresi che fanno cultura: “la cultura viene anche quando tu la fai – afferma – la cultura è anche elaborazione che viene dal basso”. E i disabili? La società – complici i messaggi veicolati dai media – ancora li considera diversi, inferiori. Eppure, in Calabria, sono proprio le persone con difficoltà ad insegnare che i diritti non sono un regalo. “A Lamezia Terme è nato il primo gruppo di advocacy calabrese – racconta Don Giacomo – volontari e volontarie in carrozzina, di solito reputati bisognosi, aiutano gli altri a ottenere ciò che gli spetta”. In Calabria, fa notare, anche il lavoro viene considerato un dono che obbliga a ringraziare chi te lo conceda. All’opposto, nel pubblico, c’è chi pretende di ricevere uno stipendio senza rendere. D’altra parte, non mancano uomini e donne in gamba. I giovani si impegnano in politica, le donne sanno quello che vogliono e sono più forti: entrambi potrebbero giocare un ruolo importante per il futuro della regione. E la Chiesa? Per il prete emigrato a rovescio, nella chiesa calabrese, i temi sociali sono poco presi in considerazione. Letture e stimoli, alla riflessione e all’azione, quelli di Don Giacomo accomunati da una parola: insieme. Per una logica diversa da quella della ‘ndrnagheta.