Usa, il decennale dell’attentato alle Torri Gemelle tra terrorismo e guerre

Fernando Termentini 

Ci si avvicina al decennale dell’attentato dell’11 settembre 2011, ma nonostante l’impegno internazionale contro il terrorismo, la minaccia ancora incombe sull’Occidente che nel tempo ha dimostrato la propria incapacità di raggiungere gli obiettivi necessari per garantire stabilità nella aree di crisi. Molti gli insuccessi, a partire da quello afgano negli anni ’80 quando per cacciare l’invasore sovietico fu appoggiata indiscriminatamente la resistenza afgana, aprendo di fatto la strada all’affermazione di Bin Laden ed all’insediamento dei Talebani a Kabul. A seguire, la Prima Guerra del Golfo con un modesto successo limitato alla sola liberazione del Kuwait, ma che non riuscì ad annullare la repressione di Saddam contro le minoranze sciite e curde. Poi, il fallimento dell’Operazione “Restore Hope” voluta dall’ONU per aiutare la popolazione somala ad uscire dal baratro di una sanguinosa guerra civile, finita dopo tre anni senza risultati mentre, giorno dopo giorno, si consolidava nel Paese l’estremismo islamico e si insediavano cellule di Al Qaeda nel Corno d’Africa. Oggi, anche se in un quadro geopolitico totalmente diverso, Si stanno rivivendo, seppure attualizzati, quei momenti. In Afghanistan la Comunità internazionale è impegnata da quasi dieci anni in un intervento militare a suo tempo proposto come un’azione di brevissima durata. I risultati sembrano lontani dall’obiettivo iniziale che voleva restituire al popolo afgano democrazia e libertà. I Talebani, infatti, facendo affidamento solo ai modestissimi lanciarazzi RPG ed ai fucili mitragliatori ereditati dai sovietici, si oppongono con significativi successi alle agguerrite e super equipaggiate Forze della NATO e sicuramente non sono disposti a cedere terreno e potere a Karzai. In Iraq, dopo sette anni dalla cacciata di Saddam, la stabilità raggiunta è quanto mai aleatoria e precaria. Manca un governo credibile ed efficace ed il concetto di democrazia è ben lontano nell’essere applicato in particolare nei confronti delle minoranze. Insuccessi che la comunità internazionale ha accumulato nel tempo e nel mondo e che sempre di più evidenziano la scarsa efficacia del ruolo politico delle Nazioni Unite ancora strutturate secondo un modello organizzativo valido per la fine del Secondo Conflitto Mondiale, ma oggi inappropriato dalla burocrazia politica ed impastoiato dal veto di Paesi come la Cina padrone dei debiti sovrani di molti Stati. Oggi sono assolutamente prive di efficacia le risoluzioni e gli ammonimenti dell’ONU che non aiutano a favorire la crescita della stabilità nel mondo, specialmente se vincolate a schemi di “convenienza”, peraltro diversi da situazione a situazione . Dopo un periodo di relativa calma e proprio a ridosso dell’11 settembre improvviso il ripresentarsi di situazioni estreme che varcando i confini del Centro Asia hanno cominciato ad espandersi verso Occidente arrivando sulle rive del Mediterraneo, minacciando da vicino l’Europa e tutto l’Occidente. Vari gli episodi e le forme di reazione. La “primavera araba” contro i regimi dittatoriali di Egitto e Tunisia e che ha coinvolto tutte le popolazioni islamiche del Medio Oriente fino al Golfo Persico. In Siria, la popolazione da mesi manifesta sulle piazze e subisce la dura repressione del regime sotto la quasi totale indifferenza delle Nazioni Unite. Solo una “paterna” raccomandazione di ieri da parte di Ban Ki – Moon ad Assad, con la quale il Segretario delle Nazioni Unite ha espresso al Presidente siriano la sua ”preoccupazione” per quanto sta accadendo in Siria. In Yemen non c’è giorno che non ci siano attentati o moti di piazza; altrettanto in Barheim ed in Oman. In Algeria ed in Marocco la situazione non è delle più calme mentre l’ennesimo intervento occidentale voluto per fermare Geddafi dura da più di 4 mesi con risultati sicuramente non positivi. La Libia è oggetto di bombardamenti quotidiani realizzati con i più sofisticati sistemi militari dell’era moderna. Fino ad oggi da marzo 2011 quasi 18.000 missioni aeree con 7000 attacchi mentre un massiccio schieramento navale presidia il Golfo della Sirte e tutto il Mediterraneo meridionale. Uno sforzo che però non impedisce che Geddafi continui a lanciare missili e naviglio clandestino parta dalle coste libiche riversando in Occidente migliaia di poveri profughi fra cui, con elevata certezza, una significativa componente di possibili cellule eversive. Un Rais, quello libico, tuttaltro che impensierito dalla pressione NATO e che con le sue reazioni belliche incrementa la propria credibilità agli occhi del mondo arabo e di quello africano, perché dimostra di essere ancora in grado, dopo quattro mesi, di fronteggiare un macchina da guerra modernissima come quella messa in campo dalla NATO. In Somalia la guerra civile è ripresa, i fondamentalisti attaccano la popolazione affamata dalla carestia e si appropriano degli aiuti dell’ONU vanificando l’intervento Occidentale anche se solo umanitario. Le cellule di Al Qaeda dislocate nel Magreb stanno rinforzando le proprie posizioni nella regione africana e guardano con attenzione a quanto accadrà in autunno nella Tunisia e nell’Egitto liberate dai dittatori. L’organizzazione nel frattempo si rifornisce di armi recuperate sul territorio libico e, notizia di oggi, sembra si stia insediando in Sinai dove l’Egitto ha improvvisamente rinforzato i presidi militari. Sicuramente non siamo di fronte ad episodi isolati, ma ad un probabile rinvigorimento dell’eversione terroristica sul piano globale. Episodi non più concentrati come gli eventi dell’11 settembre, ma sparsi a macchia di leopardo, più difficili da controllare e prevenire. Non in ultimo l’attentato di Oslo realizzato sicuramente da un pazzo, un mitomane invasato da spinte ideologiche assurde che però ripropone il rischio di atti terroristici di “lupi solitari” che potrebbero trovare favorevoli condizioni in questo momento di globale incertezza economica e politica. Individui oggetto di plagio da organizzazioni dislocate sul territorio che, approfittando delle debolezze psicologiche del possibile attentatore, potrebbero esaltarne l’approccio estremistico e paranoico. In questi giorni, ai fatti in Norvegia, ai colpi di coda dei Talebani in Afghanistan, alla ripresa seppure modesta delle manifestazioni di piazza in Egitto, si aggiunge un’ulteriore minaccia sul piano globale, quella economica. Tutto il mondo finanziario occidentale, infatti, è toccato da un’incisiva azione speculativa che solo grosse risorse finanziarie, come ad esempio i fondi sovrani, potrebbero concretizzare. A chi giovi tutto ciò non è semplice affermarlo anche se è meno difficile ipotizzarne i motivi. Certo è che il pericolo di instabilità tornato a livelli antecedenti agli eventi dell’11 settembre è oggi incrementato dalle titubanze politiche dei Governi occidentali e dai messaggi dei facili profeti del terzo secolo che, come il Presidente Obama, illudono le popolazioni promettendo loro sicure democrazie e benessere prospettando soluzioni politicamente corrette e coerenti con il rispetto dei diritti umani, ma forse utopistiche sul piano concreto. In questo quadro di situazione non è remoto che la ricorrenza del decennale dell’11 settembre possa segnare un inizio di una nuova stagione, un “autunno arabo” provocato dalla illusione di chi ha rischiato la propria vita per raggiungere determinati obiettivi e si accorge di trovarsi di fronte ad un miraggio.
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