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Il Texas applica la pena di morte ad un messicano

La giustizia del Texas se ne frega del diritto internazionale e tantomeno del presidente Barack Obama: mandando a morte un uomo che avrebbe avuto il diritto di farsi difendere con l’assistenza del suo paese. E la Corte Suprema degli Stati Uniti non è da meno. La pena di morte è orribile per definizione: ma l’iniezione letale che ha ucciso Humberto Leal, 38, alle 6 e 21 della sera di Huntsville, Texas, ha assassinato anche ogni legittimo dubbio sul diritto. E visto che ogni precedente fa giurisprudenza da questo momento in poi sarà più facile per gli Stati Uniti “giustiziare” – come si dice – qui ogni cittadino straniero: purché il delitto sia commesso sul sacro suolo americano. Humberto Leal era accusato di un omicidio terribile. Adria Sauceda aveva 16 anni quando fu violentata e uccisa. Ma per quel delitto orrendo di 17 anni fa questo mostro è stato processato in un modo mostruoso, quantomeno giuridicamente. Nessuno gli aveva notificato che aveva diritto ad essere assistito legalmente dal suo governo: quello Messicano. Humberto era arrivato ancora bambino dalla frontiera a Monterey, California: ma aveva conservato la cittadinanza. Per questo – nell’America più coscienziosa che si interroga sulla pena di morte – il suo caso era diventato una battaglia. Anche perché gli Stati Uniti non hanno ancora una legge di condivisione di quel Trattato di Vienna che assicura quantomeno la possibilità di revisione giudiziaria dei cittadini stranieri già condannati: per determinare se la mancanza di assistenza del proprio paese abbia influenzato o meno il caso. Questo è quello che sosteneva il governo del Messico. Che adesso minaccia una crisi diplomatica. Figuriamoci la preoccupazione, si fa per dire, del governatore Rick Perry, un repubblicano con ambizioni da Casa Bianca. Oltre a essere lo stato più forcaiolo d’America, il Texas è anche quello che più ha sofferto in questi anni per l’immigrazione clandestina che indigna i bravi elettori: e allora avanti tutta. Ma non basta. Il Congresso sembrava finalmente vicino all’adozione del fatidico Trattato. Ma la legge introdotta dal democratico Patrick Lehay – che già due volte è stato bocciato nel tentativo – è ancora ferma. Proprio per questo il governo di Barack Obama aveva preso l’inusuale iniziativa di entrare nel merito di un caso di pena di morte: soggetto politicamente ed elettoralmente molto scivoloso. E aveva chiesto a governo del Texas quantomeno sei mesi di tregua. Niente. Non è servito neppure l’appello alla Corte Suprema. Solo il consesso giuridico più alto degli States sembrava in grado a questo punto di fermare la condanna. Peccato che anche la Corte – che come si sa è a nomina presidenziale – negli ultimi anni abbia sempre giudicato seguendo la maggioranza conservatrice. Che anche se di misura (5 a 4, con i liberali contro) se n’è pilatescamente lavata le mani. Rimandando al mittente l’appello della Casa Bianca. “Il Congresso evidentemente non ha trovato queste conseguenze (cioè la crisi di diritto internazionale, ndr)  sufficientemente gravi da spingerlo a legiferare con urgenza su questo tema”, sostiene la Corte. “E il nostro compito è intervenire sulla legge com’è: non come dovrebbe essere”. E così è oggi la legge degli Usa: un cittadino straniero può essere tranquillamente condannato a morte. Senza aver diritto a farsi difendere dal proprio paese.

Redazione

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