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Mandato di arresto internazionale per Gheddafi

La “primavera araba” è accompagnata da una serie di avvenimenti che giorno dopo giorno lasciano perplessi. Ultimo, in termini temporali, l’annuncio di oggi che la Corte Penale Internazionale (CPI) ha spiccato un mandato di cattura contro Muammar Gheddafi per i crimini contro l’umanità commessi dal leader libico a partire dal 15 febbraio 2011. Lo ha dichiarato il giudice Sanji Mmasenono Monageng, dando lettura del documento dell’ordinanza che segue quella nei confronti del secondogenito del Colonnello, Saif al Islam e del capo dei servizi segreti libici, Abdullah al Senussi. Il Tribunale internazionale accusa costoro di essere responsabili delle morti e delle persecuzioni commesse dalle forze di sicurezza libiche sulla popolazione civile da quando è esplosa la rivolta a metà febbraio nelle città di Tripoli, Bengasi e Misurata. Il provvedimento è stato ufficializzato dopo il via libera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e contemporaneamente all’inizio dei lavori di cinque Capi di Stato dell’Unione Africana, riuniti da oggi per proporre ogni possibile mediazione per porre fine al conflitto libico che va avanti da quattro mesi. Lavori aperti dal Presidente del Sudafrica che ha, comunque, sottolineato come la NATO stia applicando la risoluzione ONU 1973 con un’interpretazione estrema in quanto alcune azioni di bombardamento dimostrerebbero la volontà di uccidere Geddafi. La decisione del Tribunale internazionale è assolutamente condivisibile sul piano della tutela dei diritti umani dei popoli, ma lascia perplessi nel momento che non viene accompagnata da analoghi provvedimenti nei confronti del siriano Assad o dello yemenita Ali Abdullah Saleh che, invece, sono liberi di continuare a reprimere con la forza le manifestazioni di piazza, provocando migliaia di morti ed inducendo la popolazione siriana a fuggire dalla loro terra. Azioni che in termini numerici hanno ormai superato quelle volute dalla ferocia del Rais libico e che non sembrano essere destinate a finire. Una sentenza che a distanza di due anni segue quella emanata nei confronti del Presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashīr colpevole dei genocidi nel Darfur e che fino ad oggi non ha avuto seguito lasciando il dittatore al suo posto. L’azione di guerra contro la Libia è, quindi, ora accompagnata da iniziative internazionali significative ma che evidenziano una certa incoerenza della comunità internazionale nel garantire il rispetto dei diritti umani e la protezione delle popolazioni soggette a dittatura. L’approccio occidentale assolutamente differente a seconda delle situazioni potrebbe, nel breve – medio termine, influire negativamente sulla stabilità dell’intera area del Centro Africa contraddistinta da situazioni di antica conflittualità. Diverse le zone a rischio. Emergente una nuova tensione fra Eritrea ed l’Etiopia, con il Presidente eritreo Isaias Afwerki palesemente impegnato a consolidare alleanze con l’Iran e la Corea del Nord, mentre l’Etiopia da tempo sta cercando di rinegoziare gli accordi per la distribuzione delle quote delle acque del Nilo fermi al 1951, contrastati dal Cairo che non è disponibile a grandi concessioni e che potrebbe non accettare modifiche se nelle prossime elezioni egiziane si affermassero correnti islamiche estremiste. Un Sudan in continuo fermento dopo l’indipendenza delle regioni meridionali che dovrebbe attuarsi il 9 luglio in conseguenza dei risultati del referendum di gennaio, e che potrebbe indurre il Governo di Kartoom a reprimere con la forza le aspirazioni del Movimento di Liberazione del popolo sudanese (SPLM) coinvolgendo anche la stabilità di altre regioni di confine come il Kordofan del Sud o di altri Stati come il Tchiad. Estrema instabilità, peraltro, concentrata a ridosso dei confini con la Somalia e che potrebbe facilitare l’affermazione di gruppi eversivi pronti ad appropriarsi del controllo del Golfo di Aden e del Mar Rosso con grave rischio per la sicurezza mondiale. I centri decisionali della politica estera e di sicurezza internazionale non possono, quindi, dimostrare differenti approcci nei confronti degli eventi che si stanno verificando su scala globale, per evitare che cellule eversive possano approfittare dello scarsa coerenza decisionale conquistando il consenso delle popolazioni impegnate ad affermare i loro diritti e per questo oggetto di feroci repressioni.

Fernando Termentini

Redazione

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