O Kaimos

 

Thurioi, Scidros, Pandosia, Petelia Temesa, Kroton Terina, Skylletion, Hypponion, Medma, Kaulonia, Metauros, Lokroi, Zephirion, Rehion. “L’Europe finit a Naples“ scriveva ai primi anni dell’Ottocento Creuze de Lesser e forse aveva avuto ragione, perché noi del dopo Napoli o semplicemente noi del Sud, non abbiamo niente in comune, nulla da spartire con quelli prima di Napoli, siamo ciò che rimane della
“ Magna Grecia” o siamo la Grecia..
“ O Kaimos “ ! , significa Pena- dolore, per quel che eravamo e che ora siamo, ma è anche ritorno a casa: Meridione, Sud che significa dignità, orgoglio di appartenenza, essere, Cultura.
Dedico O Kaimos a tutti coloro che si sentono e sono orgogliosi di questa appartenenza, a quelli che sono rimasti a combattere la trascuratezza, l’inosservanza, l’onore e l’orgoglio di vivere in “ Calabria”come in Sicilia, come in Campania. La mia “ Calabria” una terra generosa e meravigliosa come la Sicilia, che come due fonti alimentano quel mare grande della vita.

O KAIMOS

Diceva mio nonno: , “ U Strittu esti troppu largu, lo Stretto è troppo largo “ e, respirando acqua salata e fumi di nafta, diventava triste quando uno diceva a qualcun altro
.
Mio nonno era quel tipo di terrone che andando e venendo sul ferry boat, esportava Meridione e importava Italia; tuttavia non si sentiva pacificato quando saliva sul ferry boat, mai tranquillo.
, ripeteva e diceva pure di vederli i tonni e gli spada attraversare lo Stretto.
Io per la verità non li ho mai visti dal traghetto, ma solo andando in barca vogando “ là dove il mare è mare” e dove, però, non ci sono mai state le fere, i pesci dell’abisso, l’orca.
C’era solamente un mare che sale scende, che se si muove un pochino di più ti porta prima in alto e poi si allarga per farti sprofondare e vomitarti poi più avanti in un altro mare ancora più grande.
“ … l’umanità anfibia dello Stretto parca come una terra in coltivata e al tempo stesso un mare sconfinato come un occhio di Dio”!
E’ invece bello questo mare che un giorno mi accolse tra le sue braccia dolciastre d’Africa come una culla, dal cordone ombelicale reciso mi diede i suoi occhi e i colori, le albe i tramonti.
E’ bello questo mare perché è stretto, perché dal paese delle Femmine puoi vedere punta Piloro, perché sono appunto gli Stretti, scorciatoie che i mari si sono inventati per accorciare le distanze e i tempi dell’incontro.
Gli Stretti che servono dove servono e dove non servono, e anche tra due denti, tra due mani che si stringono per ballare, per amarsi.
Essere in mezzo allo Stretto è un avvicinarsi o stringersi a Dio.
Lo Stretto è un dono di Dio penso io che amo lo Stretto, che ho sognato di passarlo con un salto, io che sono andato in Meridione e tornato in Italia con un ferry boat con quei graffiti d’amore e di nostalgia che i passeggeri dei treni incidevano sulle pareti interne della stiva, ferro verniciato e riverniciato di bianco antisalsedine, a pochi centimetri dalle carrozze ferroviarie e dunque dalle mani e dagli occhi. Ricordo “ Maria ti amo”, “ Cornuto chi vota DC”. Solo sui ferry boat si sente la separatezza di una terra che non si congiunge mai con il futuro.
Eppure allora non capivo quanto si somigliassero “ Scilla e Cariddi “, e non solo perché sono sorelle misere, neglette e lamentose, luoghi storici, che sono incazzati con la politica sparviera dell’Italia unitaria. Il punto è che nessuno ha capito che Messina e Reggio sono un’unica città divisa da un poco di mare e da un abisso di ignoranza che ti fa bestemmiare contro Polifemo, troppo piccolo come gigante e troppo grande come uomo, un elefante nano, brutto come un cane cirneco, che è lo storto e spelacchiato quadrupede dell’Etna arrivato chissà come, non certo a nuoto.
Ma la “ Calabria “ la mia Calabria è la mia maniera di essere terrone, e più di tutto mi fa essere greco, figlio della Magna Grecia. Un misto di orgoglio e fratellanza, onestà e somiglianza. Ecco perché tutti dovrebbero sottoporsi al rito del traghettamento, da una parte Scilla e dall’altra Cariddi e se non fossero sufficienti, aggiungere le Sirene della follia, dell’oltranza umana, della presunzione dei discendenti di Prometeo, e di Ercole che non è riuscito a oltrepassare le Colonne, che non può congiungere la sete della conoscenza con l’oggetto della conoscenza.
Tuttavia quando il sole si leva un po’ sotto quella luce da mattino del mondo, il mare porta gli echi di un sirtachi a bordo di ferry boat e ai viaggiatori dello Stretto, viaggiatori viaggianti, pareva davvero che l’Italia fosse la nuova patria che poi ha tradito e sporcato l’immagine della vera patria che sta in quel mare grande stretto tra due mani come fosse una preghiera.

9 su 10 da parte di 34 recensori O Kaimos O Kaimos ultima modifica: 2017-05-17T06:44:43+00:00 da Vincenzo Calafiore
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