La mia solitudine

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La mia solitudine

Di vincenzo calafiore
26Novembre2016 Udine

“ … non lasciare un sogno morire, non abbandonare un sogno, potrebbe non tornare più! Ma se l’hai per esso lotta affinchè rimanga, affinchè viva…. “

La notte si presentò col suo velo di sposa,trapuntato di puntini d’oro, a guardarla brilla come una culla di madreperla.
E’ una donna che seduta sul bordo del letto, scioglie i suoi lunghi capelli, negli occhi già un sogno s’appresta e il viso si distende, la sua pelle vellutata è l’ombra in cui pian piano svanisco; in questa mia solitudine un sogno è andato perduto.
Vale la pena di rimanere fermi ad ascoltare il suo lento respiro, e immaginare cosa potesse significare se l’avessi incontrata; è come restare fermi davanti a una porta per giorni interi senza che questa si apra.
Mentre la radio trasmette, “ Era di maggio” ….. sale così maggiormente la tristezza e avverto il peso della solitudine: lei è così lontana, così irraggiungibile, così immediata nelle sue scelte di fredda realtà.
Le ricordo ancora le sue parole, parole tristi, come un mare senza spuma bianca, senza ala di gabbiano.
La mia notte rosso di tannino è lì che sale piano, come marea e fra poco ogni cosa sparirà come spariranno i contorni, le sottili sfumature di vita che si vorrebbe avere e invece inghiottite, da un nulla perentorio.
Come il velista rimane a bordo a cucire vecchie vele, così io resto nel mio sogno a sentire il sapore che ha un sogno che muore!
Proteggo con il cuoio il palmo delle mani mentre scivolano via nodi da velai…. È la realtà!, che ripudiata ricade in mare, polvere inutile che invece di abbellire, invecchia e ammuffisce le cose.
Sembro un certosino. Ogni rammendo è una buriana alle spalle! Dico:
E’ il 26 novembre scopro un grillo a bordo, faccio un po’ di conti, dev’essere veneziano.
Finisce che sbarco dal mio sogno per cadere in una pagina del mio racconto ove personaggi e comprimari, comparse, sospesi attendono di riprendere vita; sbarco e tutto cambia, non c’è più quell’aria da sogno, è andata perduta la magia e, gli elfi hanno fatto ritorno tra le rime del sogno.
Io sono qui con la mia solitudine.
Provo ad accendere una delle candele e la fiammella sbava verso la Grecia, l’Albania,
dico ad alta voce: << Egyna Tourkos …. mi sono infuriato come un turco; rispondo: >
Ecco, la mia Grecia è anche questo …. Un po’ quello che sta muovendosi dentro me, uno strano miscuglio tra rabbia e delusione, amarezza di vedere un sogno nascere e poi vederlo morire.
E’ questa la realtà ? La realtà tanto amata e tanta osannata?
Ma è così davvero necessaria? E’ davvero così importante rimanere prigionieri di una realtà che come piombi legati ai fianchi tende a portare giù negli abissi di un’esistenza opaca, grigia di solitudine, ammuffita dai rimpianti, incenerita da un sordo tonfo in un fondale nero?
E’ dunque così importante essere realisti, anziché sognatori?
Mio Dio che offesa alla vita!
La vita non è realtà, la vita è sogno!
E’ un sogno da cullare e crescere, con cui andarci a letto e assieme svegliarsi, portarselo dietro ovunque, in tasca, in testa, nella memoria, ovunque purché il sogno sia sempre lì a portata di mano a portata di occhio, di cuore, di vita.
Allora chiedo alla notte a cosa serve la realtà? Lei si ritrae solo a sentirla pronunciare e svanisce, così pure le stelle, rimangono invece nuvoloni grigi, pesanti come drappi davanti alle finestre da cui non entra luce.
Non c’è più luce.
Non c’è più sogno.
Che senso ha consegnare la vita alla realtà?

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