Ceneri

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Ceneri

Di vincenzo calafiore
6Novembre2016Udine

“ …. ho cercato tutta una vita la solitudine
e ora cerco una voce che l’allontani! “

In questo novembre che ha lasciato passare l’autunno lasciato-ndo dietro di se spoglie mortali, ora macerate, se guardo gli alberi mi pare di vedere anime spoglie di uomini fermi dentro un ciclo di cose alla fine. Ma è anche il mese che porta a pensare alla brevità delle cose, alla stupidità che alberga e domina noi a volte, quella che fa pensare pure alla necessità e alla eternità che non ci sono.

Mi ricorda Cesare Pavese “il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome – ripeto – sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti ‘Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là'”.

Io vengo da un altrove sorridente, sprofondato nel mare, e ci sono strade inesplorate che portano lontano tra selve odorose e spumeggianti albe davanti a un tramonto a cui ci sono più volte andato; e si racconta con voci sommesse di paese in paese di un presepe che all’imbrunire prende vita e ci sono uomini che la vita la raccontano a memoria con parole invenate rosso corallo, madreperlate culle in cui giacciono segni e direzioni ormai quasi all’orlo dell’oblio.
Chi potrà mai dire di che carne sono fatto?
Chi potrà mai dire di che colore sia il mio sangue, quando il tuo è il mio ?
Chi potrà mai raccontare alla gente che corre velocissima per sfuggire chissà quale destino, quando questi son lì ad attenderci e si meravigliano perché giunti in anticipo?

La verità è che sono stanco.
Ho girato abbastanza il mondo da conoscere che tutta la carne è buona e si equivale, è per questo che sono stanco e cerco di mettere radici, di farmi corallo, o madreperla, terra, perché la mia carne valga qualcosa e lasci un ricordo, non importa come sia, ma purchè ci sia un ricordo, come un sogno, come una vita, che duri più di un comune giro di giostra.

Allora io ci torno in quelle strade in fondo al mare, non per cercare, ma per seminare ancora parole, affinchè diventino leggenda o fiaba che sia che si possa tramandare come una canzone come una musica sulle labbra di tutto del tutto che pian piano mi stà portando via e mi fa vivere come una bestia ferita, che vuole solo leccarsi le ferite e non tornare più sulle strade lastricate di ghiaccio di un mondo lucido e splendente.

Siamo così, spregiudicati e arroganti, sicuri di una certezza velata e non vediamo la rovina a un passo e viviamo sospesi dentro uno scenario cangiante nelle forme mai nelle sfumature, in bocca parole incalzanti e crepuscolari, disegnati come sagome tutte uguali, tutte grigie, tutte sfinite.
Io lo so c’è qualcosa più grande di me, qualcosa che anche quando non ci sono resta lì ad aspettarmi, la mia vita! Che mi apparterrà fino a quando avrò parole, o un sogno, un ricordo, occhi che mi cercano.
Se c’è un mostro che divora l’anima sono le mie idee in forma di immagini, corroso dal desiderio di trattenerle in un sospeso gioco di riflessi di leggerle poi in un contrappunto acceso di rimandi.
Quel che mi manca è il dialogo con le mie parole, un uragano di cose che ci scambiamo, per riconsegnare questa conoscenza, per combattere l’aridità e la sterilità, la disumanizzazione di un antico verbo: Amare.

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