Andare sempre verso qualcosa

Andare sempre, verso qualcosa

Di vincenzo calafiore
27 Agosto 2016 Udine

La luce illumina la tastiera del computer, intorno a me buio e silenzio, la scrittura è un’attività necessariamente solitaria per la sua destinazione comunitaria, pubblica.
Scrivere, dunque, assolve il necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale, sia in termini di spazio che di tempo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è preservato, lavato dalle incrostazioni di un insieme esterno vago è momentaneo, allucinato da una promiscuità volgare.
Tutte le storie nate sono storie del destino di qualcuno! Tutte dai destini leggibili, il destino della scrittura stessa è qualcos’altro.
Così da una vita stesse sensazioni, uguali emozioni, stessi orari, stessa solitudine, uguali silenzi in cui si sono uditi i suoni lasciati nell’aria dalla tastiera prima da una macchina da scrivere la mitica – Olivetti M80 – poi quella del computer.
E’ ogni volta come andare verso qualcosa, un viaggio in solitaria tra le parole che in qualche maniera isolano e fanno rimanere ore e ore a infilare perle più per amore che per tornaconto personale; così da una vita di parola in parola, di solitudine in solitudine che alla fine fanno essere estraneo anche a me stesso, e oggi sono ancora qui, come ieri e come sarà domani se gli occhi resisteranno.
Scrivere dunque significa, trasportare qualcosa al di là di un confine, ma sempre più frequente questa società anonima mi insegna che esistono i confini mentre in realtà non esistono per la cultura e la cultura si trova al di là di ogni confine. Sarà sempre la stessa per quegli abitanti del pianeta che si cibano alla stessa mangiatoia di intrattenimento standardizzato e di fantasie di eros e di violenza, o dove che sia, tutti illuminati dallo stesso flusso infinito di frammentata cultura ignorante.
A quest’ora di notte quasi alla fine, alla fine del mondo di tenebre, immagino aree di luce e di mare, dai bordi a cuneo tra faro e faro, e le montagne che fanno da sipario da un lato all’altro. Nel canale di Scilla e Cariddi, in cui passarono gli Argonauti di Ulisse, a bordo di una barca che rompe con la prua il risalire delle correnti, verso dentro e verso fuori, scruto l’incresparsi delle onde, il formarsi e lo sformarsi di scie scintillanti sotto il sole alla ricerca di un segno, di un qualcosa a cui andare.
Lo scrittore è l’uomo che guarda lontano, come il pescatore la preda e non la lascia fino a quando non le è addosso e lancia con colpo sicuro l’arpione ( traffinèra); il tutto avviene in piena notte a ritmi di gesti e parole di un rituale sacro.
Le parole nascono dalla necessità di salvare il più possibile il salvabile dall’immane vuotezza che avvolge ammuffendo l’odierna società, salvarla dai media che alimentano mentalità e soddisfano appetiti del tutto avversi alla scrittura e alla lettura, rendono irrilevante la cultura.
A quest’ora sospesa tra la notte a finire e il giorno a venire guardo il buio fuori che tanto rassomiglia al buio in cui rimango in piena luce; mi chiedo se ne vale la pena, mi chiedo se sono amato o se sono considerato un qualcosa da cui stare lontano e penso a quella donna sconosciuta che mi scrisse un giorno che mai si accosterebbe a uno come me così complicato, così estraneo, così silenzioso, così distante. Penso alla donna che amandomi ama la cultura e la scrittura, il mio silenzio e la maniera di guardare l’intorno.
Ma il mio compito penso sia altro, forse quello di tenere a mente la falsa geografia culturale che si sta instaurando, una specie di ideologia vuota dominante passata per cultura che si propone di obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo dello scrittore, cioè di approfondire, e a volte, se necessario di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino.
Ogni notte spero di continuare a scrivere, scrivere per chi vuole salvarsi, per chi vuole sempre come me andare verso qualcosa che non sia la distanza tra due allo stesso tavolo nella distanza e solitudine priva di luci e colori, suoni, tra un tablet e uno smartifon; persi nel digiuno di parole e sentimenti, per alzarsi alla fine sazi e pieni di un non so che, sempre più soli, sempre più distanti!
“ Il bello di questa vita, è che rientrando a casa puoi essere te stesso e non la brutta copia di un altro! ( vincenzo calafiore ) “

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