Genova, Progetto “Demetra” giardini fioriti e orti urbani nel cuore della città

Il loro nome ufficiale è Giardini Baltimora, ma i genovesi li conoscono come i “giardini di plastica”. Ricavati tra i palazzoni grigi di vetro e cemento, edificati negli anni ’70 sulle rovine del quartiere medievale di via Madre di Dio, i “giardini di plastica”, che erano destinati a rappresentare l’unico polmone verde aperto del centro cittadino, non sono mai stati amati dai genovesi, che li hanno dimenticati relegandoli per decenni al degrado urbano per persone “border line”, teatro di sporcizia e spaccio.

Da tre anni, però, tira un’aria nuova. Nel 2013 un gruppo di cittadini decide di rimboccarsi le maniche e prendersi cura di questo spazio, per la pulizia, il presidio e il mantenimento del verde. Si sono riuniti, con la collaborazione del Comune di Genova e del Municipio centro est, in una associazione che sta portando avanti il progetto multietnico “Down plastic town”, con un mare di iniziative estive i giardini.

Dopo alcuni anni contraddistinti da eventi musicali, sportivi e artistici, è ora la volta di dare un’impronta ecologica all’area. Nasce così un nuovo progetto, su iniziativa delle due associazioni “Il Ce.Sto” e “Giardini di plastica”, che prende il nome di “Demetra-Giardini in Fiore” e che questa mattina è stato presentato alla stampa dal presidente del Municipio Centro est Simone Leoncini.

“Questo progetto è particolarmente significativo – ha detto Leoncini – perché vede protagonisti i richiedenti asilo, coinvolti in lavori di pulizia, abbellimento, piccolo giardinaggio e presidio dell’area. Sul tema della cura del verde si offre formazione lavorativa in cambio di impegno. Uno scambio proficuo che permetterà a questo spazio pubblico, per molti anni ambiente ideale per spacciatori, tossicodipendenti e disperati, di rinascere e tornare a essere un polmone verde per la città”.

Per il momento i richiedenti asilo impegnati nel progetto sono circa una quindicina, pochi rispetto ai circa 120 ospitati dall’associazione “Il Ce. Sto.”, ma molti di loro non hanno aderito all’iniziativa in quanto in permanenza breve nella nostra città, in attesa di raggiungere altre località europee.

“Questo tipo di accoglienza dei rifugiati – come spiega Sara Montoli dell’associazione “Il Ce. Sto.” – può diventare un valore aggiunto soprattutto per chi ha scelto un percorso lungo di integrazione. Per ora l’impegno dei volontari si limita alla cura dell’area, nel ripristino del verde e dei cestini – spiega – ma l’obiettivo è quello di creare spazi a orto urbano o giardino. L’ideale sarebbe formare questi giovani a gestire un orto o un giardino comunitario coinvolgendo le comunità e le risorse locali”.

Imparare a coltivare non è così semplice come sembra, soprattutto in una terra avara di soddisfazioni per i contadini come la Liguria. Ne sanno qualcosa tre giovani laureati genovesi che da alcuni anni cercano di trasformare la loro passione per i campi in una professione e che si sono offerti di insegnare ai volontari e agli stranieri richiedenti asilo come si coltiva un orto urbano a partire dai lavori pratici del verde.

“Il nostro scopo è far conoscere nell’ambiente cittadino le coltivazioni delle alture genovesi – ci spiega Daniel Fida dell’Azienza agricola “Zafferano di Rosso” con sede a Davagna. Abbattere la distanza che separa città e campagna significa portare la cultura contadina nel tessuto urbano. In questo caso, in collaborazione con le associazioni promotrici, cercheremo di creare innanzitutto spazi di fruibilità, con alcune piante tipiche genovesi poco conosciute o in via di estinzione, piante alimentari con funzioni ornamentali, come una rosa da sciroppo o una poligona”.

Il vantaggio è permettere a scuole e cittadini di conoscere in maniera diretta piante che all’apparenza regalano solo profumi e bellezza, come rosmarino, salvia, borragine, maggiorana, santoreggia ecc, ma che allo stesso tempo rappresentano delle erbe aromatiche in grado di esaltare la cucina tradizionale.

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