Donato Nettis

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Di Vincenzo Calafiore

11 Aprile 2016 Trieste

 Tolmezzo 10 Aprile 2016

 Si è conclusa, presso la “Home Gallery Espressioni d’Arte “ in Tolmezzo, la personale di Donato Nettis, e non solo, ma anche un viaggio per me, per i visitatori, per Claudio DeMuro che l’ha curata con maestria fino nei dettagli.

E’ stato un viaggio nella quotidianità dei paesaggi di terra e d’aria, mutevoli; ma anche di topografie che giocano d’azzardo, luoghi della memoria e dell’anima in cui le immaginazioni, un volto, diventando reali << già sono inghiottiti da un secolo >>; visioni interpretate che passano come una cometa e altre, quelle amate, come un soffio di sogno si impigliano nelle

<< caverne e trappole >> di un interiore sentire, della memoria.

I visitatori, e io stesso, Donato Nettis e Claudio DeMuro, la Signora Teresa, abbiamo percorso un tragitto carico di emozioni e di soste dinanzi a una tela, cercando in questo crepuscolare odierno, anche se in forme diverse sensazioni, e immaginazioni sbiadite da un correre troppo veloce del tempo, di conservare malinconicamente le immagini più care, sempre uguali e insieme sempre altre a comporre la storia degli affetti, lo spazio temporale e vero della vita, tra le cose tangibili e grumose e il vorticare alto nell’aria che attende la fine di ogni incontro.

E’ stato un percorso geometrico in cui l’ordine di tratti, personaggi, tempi e voci e del dissonante attrito, del mondo si compone attraverso la lucentezza dei colori, il deragliamento, le crepe, gli interstizi, il salto degli intrecci e le sbandate di quell’umano presente, di quell’umano sentire. Formicolio di ricordi e di reali odierni, e antichi, che si discostano da un invadente distratto odierno e finiscono per rintanarsi nei limi della memoria.

Si svuota la << scena >> e svapora fievolmente, rimane memoria di una << trasparenza>> appena distante più in là di un nuovo orizzonte possibile, in cui l’artista è presente in ogni guscio di quel suo universo che si serra nei segni, nei colori, figure, scintille, pori, delle tele.

Orizzonte, lì dove impaziente brulica la vita che s’immagina nel componimento che vuole, Nettis lo negherebbe perché è già lontano con le sue ferite, le pene, i giorni avviliti in cui si è perso ricordando i bianchi accecanti di paesaggi rarefatti della sua terra.

La memoria enumera i ricordi, ne patisce l’urto, l’insensata invadenza di un chiassoso odierno, di un invisibile informe che si invera e irretisce con l’ingombrante suo peso.

Con accanita ricerca annota e raccoglie, imbriglia nella sua memoria ricordi di campagne assolate sfinite dal frinire di cicale; annotare il microcosmo e l’immenso, custoditi gelosamente in un angolo di esistenza fatto di certezze, membra, fisicità e per contro il pensiero, le sospensioni incantate, l’angoscia distratta tipica degli artisti.

Quella di Nettis è una lirica che si racconta bruciando narrativi su tele, colpi di pennelli e spatolate che moltiplicano gli intrecci, le luci lineari di ogni quadro. L’avventura creativa è spesso il soprassalto di un colore, si addensa in un gomitolo di colori, nella sferica pienezza, nell’incongruo fluire delle macchie che sembra parlare d’altro.

Nettis li richiama, li frantuma, e dispone qualche scheggia più viva in una finestra o in un porticato; a decifrare l’incanto è il ritmo dell’insieme, l’aereo territorio, la sghemba percussione di un ricordo.

Ormai ogni dettaglio è dentro la sua scia di presenze evocate da un colore, da un’ossessione memorica.

Il giornaliero è spesso una molecola di qualcosa che sfugge: una materia crivellata dai colori!

Ora, lo sfilacciato sipario si è abbassato sulla scena con ancora nell’aria volti ridenti e inquieti, distese silenziose, e masserie bianche di luci.

Forse bisognerebbe ripeterla per riconquistare sogno e emozione, forse!

 

 

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