Erano i tempi dei bastimenti e delle “ Frecce del Sud”

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Erano i tempi dei bastimenti e delle “ Frecce del Sud”

 

“ Prendi un treno e sai che

da quel momento la tua vita

è già cambiata. “

da “ Non sei più lo stesso”

Vincenzo Calafiore

Di Vincenzo Calafiore

12 marzo 2016- Udine

Ci  voleva più coraggio a rimanere che a partire verso l’ignoto.

Si partiva per fame, per andare via dalla miseria, in cerca di speranza di una vita migliore, di un futuro, senza sapere a cosa si andava in contro.

L’avevo deciso dopo averci pensato su un sacco di volte, senza parlarne con nessuno a parte il mare che stava lì ad ascoltarmi; fu proprio lui a suggerirmi di andare via dalla mia terra, la Calabria, e me lo suggerì da come prendeva quei sassi sulla riva e li faceva rotolare giù, li faceva risalire sempre sullo stesso pezzo di spiaggia che stavo guardando e che non era mai uguale.

Il mare mi stava suggerendo di andare via in un’altra vita, in un altro sogno! E io il mio sogno l’avevo, e me lo tenevo ben stretto per non dimenticarlo.

Io non l’ho mai dimenticato quel giorno della mia partenza! A quei tempi partivano da tutti i paesi più poveri delle città, la vita a quei tempi era stata fortemente condizionata dalle partenze per terre lontane.

Erano i tempi dei bastimenti, e dei sogni di mare, delle Frecce del Sud

Io ricordo la “ Conca d’Oro” scompartimenti e cuccette strapieni e puzzolenti, sporchi già prima dell’inizio del viaggio.

Erano i tempi dei transatlantici, delle attese  tristi  sui moli dei porti di Genova, Napoli….. Edmondo De Amicis in un libro del 1889, “ Sull’Oceano”, parla degli emigranti e delle loro notti all’aria aperta, accucciati come cani!

E’ una memoria sparsa la mia, che racconta di uomini e donne con in braccio i bambini e il brulicare della gente su marciapiedi di stazioni, di arrivo o di partenza; fra quella gente c’ero pure io con un foglio in tasca che mi indicava dove andare.

Adesso che la memoria ricostruisce quegli anni dimenticati dell’esodo, mette assieme la mia storia fatta di privazioni e di umiliazioni, di libertà mancata, di solitudine, di distanze; quante volte nel buio ho pianto.

Raccontare quegli anni è un continuo intrecciarsi di vicende personali, la mia storia e la storia degli altri, della mia vita con un mondo estraneo che comunque andava avanti, di piccoli drammi di esistenze fissate nell’attimo lungo delle tanti stagioni della vita.

Ricordi segnati da tanta solitudine.

Di quegli anni è rimasto il mio proprio malessere personale da quel tempo comunque trascorso che non ha annullato comunque le ansie, le tantissime sconfitte, i disagi,

di quegli anni di tanti nomi dai destini diversi ma in qualche modo con loro intrecciati.

E nel frattempo la vita è passata per l’unica via diretta al congedo illimitato, come ritorno alla vita, tra i libri e esami!

Ma per questo anni importanti anche se sporchi, nel presente sempre rincorso.

In questa società xenofoba che ha deliberatamente cancellato parte del suo passato, la chiave di svolta per un futuro migliore è il prendere atto che l’emigrazione è un fenomeno che si ripete all’infinito, senza limiti di tempo e di spazio, e che l’espatrio per necessità ha caratteristiche simili in ogni epoca e nazione.
E per farlo è necessario riprendere il filo della dolorosa memoria, scavare nei ricordi miserabili e umilianti, per comprendere che il diritto a un’esistenza dignitosa è comune a tutta l’umanità e per rivalutare il senso di una storia che non conosce fine: la vita!

 

 

 

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