Il viaggio

450

Il viaggio
100 Pagine in una
Di Vincenzo Calafiore
22 febbrai 2016- Udine

In principio non credevo quanto grande fosse il mare, ma su questa barca, ormai come me stanca di mare li ho attraversati tutti in cerca della terra di cui ero certo la sua esistenza da qualche doveva esserci.
Ho rischiato di essere travolto da onde più grandi me, ho rischiato di morire su quelle distese piatte e senza vento la vela, era come essere sospeso sopra il mio destino l’unica volta trasparente e profondo come il cielo che di notte ho guardato stesso su legni umidi e pregni di salsedine in balia di correnti forti che mi portavano via assieme a tanti pesci che come me volevano attraversare il mondo viaggiando sulle ali di correnti e correnti.
Accade una notte in mare aperto a Nord di Valona, la barca ha un fremito lungo tutta la carena, arriva uno strattone al boma e alla barra, la vela piena di maestrale si svuota, si gonfia al contrario.
Non è solo un cambio di vento è molto di più, è una trasfigurazione.
Improvvisamente il cielo si accende di nuove stelle, più vicine,più luminose, l’aria è più calda e il mare diventa bastardo, la barca comincia a sbandare come ubriaca; l’aria dolce della notte è rovente secca come il Foehn.
Cambiano anche gli odori, finisce il salso e la puzza di alghe morte. Ho pensato ai miei anni in Calabria, quando puzzavamo di fame e di povertà, brutti e cenciosi con quel senso di abbandono addosso che non mi ha più lasciato… comincia a soffiare l’aria desertica d’Oriente, la stessa degli altopiani afghani, io ho rivisto la mia vita che avevo abbandonato salendo su un legno capace di galleggiare.
Un mondo di ricordi che credevo ormai smarriti nella mia lamentosa memoria, il sapore del dolore di non essere riuscito a trattenerla, lei che se n’era andata via, piombarono addosso nella notte afghana, fiutai praterie bruciate dal sole, i gelsomini e immondizie ai bordi di strade sterrate e piene di buche, la polvere sollevata da vento improvviso, l’odore del sangue.
Un odore dolce e cruento allo stesso tempo: la mia vita.
La mia vita tutta in questa combinazione di dolcezza e violenza, miseria e povertà.
E’ come la lentezza di morire del guerriero, che prega al tramonto della sua esistenza.
Io dentro una calma piatta che nasconde uragani, stavo fuggendo via dalla mia vita per un’altra che ho sempre immaginato la sua esistenza.
Sapevo che qualche parte c’era una donna che più volte avevo immaginato e sognato ad attendermi ed ero proprio da lei che veleggiando, stavo andando.
E’ come possedere un’anima russa che convive con l’orrore dei sui regimi in quei bui attraversati come un lupo con la paura delle imboscate di un mare bastardo.
Il vento gira e porta dolci visioni.
Nel buio la mia donna, quella che da una vita cerco, in piedi sull’acqua urlando mi chiama e sbraccia, m’infilo in quel buio per raggiungerla e mi trovo a ridosso di un scoglio che minaccioso è sopra con le sue mani, inverto la rotta e lo sfioro, la barca urla di dolore, rischio di affondare.
Per un attimo ho creduto di andare alla battaglia, al massacro, ma anche alle struggenti nostalgie dei baci e delle carezze, del suo sapermi avvolgere di dolcezza, che ho perduto in quel cercarla senza mai trovarla.
Il mio viaggio verso lei è appena iniziato e già in me cresce la speranza di doverla con certezza incontrare, è come il tornare alla sorgente dei salmoni; tutto viene da lì dalla mia certezza di trovarla di tanti anni fa quando incontrandola nei miei sogni le cominciò a raccontarmi la sua vita. Fu lì che cominciai a conoscerla, ad amare tutto quello che lei con dolcezza riusciva a darmi in quei sogni lunghi una notte.
In quell’inizio d’autunno segnato ancora dal frusciar primaverile, a babordo l’ombra di un scoglio enorme, nero come il catrame, disegna il pezzo di mare, forse il più tempestoso, lo attraverso sulle ali di onde bastarde. A fatica riesco a rimanere a galla tanta è stata la felicità del primo incontro, lei finalmente era davanti ai miei occhi meravigliati prigionieri di una felicità mai provata.
La chiamai per nome e pronunciandolo sentii in me una strana sensazione che per origine sillabai in mente per non scordarlo: Kalos! Ma anche Burunit che fa pensare a burrone, a un burrone immenso di felicità intima e preziosa, in cui precipitai senza volermi salvare.
In una notte calma di mare lo segnai sul mio portolano.
Kalos come Karakorum il secondo pilastro su cui poggia il mio cielo!
Dopo i suoi odori di ginepro e gelsomino, un altro segno che lei era quella che io da sempre cercavo, un segno della continuità carovaniera che arriva fino al centro della mia vita.
Riduco la vela.
Sparisco verso il fiocco, la notte m’inghiotte, il cielo stellato ondeggia lento sopra la crocietta d’albero.
Il mio cuore affonda in uno spruzzo fosforico di incertezze, poi schizza in alto verso le stelle del Sud…… vedo il profilo della mia terra: sono a casa!

9 su 10 da parte di 34 recensori Il viaggio Il viaggio ultima modifica: 2016-02-22T06:54:20+00:00 da Vincenzo Calafiore
Condividi su:Share on Facebook2Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn1Email this to someone