Il senso della vita

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Il senso della vita

di Vincenzo Calafiore
10 febbraio 2016-Udine

Come si fa a rimanere spettatori impassibili davanti allo scempio di vite umane che si sta consumando sotto gli occhi e come fare a resistere alla voglia di andare via da questo odierno orrido?
A volte si che vorrebbe la voglia di scappare!
Sgusciare via dalle maglie di questo insieme anomalo, in cui si è costretti malvolentieri a sprecare il prezioso tempo di vita, in molte cose insostenibili e le peggiori bruttezze, brutalità che vanno oltre ogni possibile immaginazione e sono tutte dell’uomo.
Non riesco a trovare un senso ( anche perché non c’è) all’orrendo spettacolo quotidiano di morte e di distruzione, non riesco nemmeno ad accettare l’idea dell’essere avido e tanto meno “ esserlo “ come ormai pare la stragrande maggioranza a questa pratica si sia votata.
I risultati di questa sono sotto gli occhi di tutti.
Siamo diventati avidi e vuoti perché forse è venuto meno un fondamentale importante, la cristianità.
Per fortuna al di là della finestra, appena sotto di tre metri c’è il mare, mi succede ogni volta di sentirlo il suo brusio lontano e poi man mano farsi sempre più forte, assordante tanto da cancellare certi ricordi, a spazzare via il velo di letame di cui ormai tutti siamo ricoperti.
E’ un ricordo lontano il mare e nonostante capace di aiutarmi, di accogliermi fra le sue braccia come una culla di madreperla.
Ogni volta è così, cado in disgrazia e lui è li con le sue mani a raccogliere i miei pezzi e a ricomporli come un amico solo sa fare; questo mare che si raccoglie tra gli scogli in preghiera per il tributo di vite che l’uomo ha lasciato è stanco di restituire corpi senza anima, è stanco di quanto in se va consumandosi senza alcuna pietà, è stanco dell’uomo predatore che ormai da tempo cerca di sostituirsi a Dio tanto da decidere chi debba vivere e chi no.
Ma il mare è anche amore è vita, coraggio, viaggio, incontro e passione, morte.
Lo so e ne sono pienamente cosciente che le mie sono solo parole che il vento come pagine strappate a un diario di viaggio, dissemina dappertutto; sono parole inaspettatamente inghiottite dal nulla, come una coscienza vuota. Come un apice inverso.
Fa tutto così schifo che verrebbe voglia di estraniarsi da ogni cosa, di staccare il telefono buttare giù da una finestra del quinto piano la televisione e seppellire il peggior nemico: il cellulare!
Potrei essere felice, della mia salute, dei tanti amici che ho, ma se dicessi di esserlo mentirei a me stesso; non posso essere felice perché so bene che lontano dalla mia coscienza di uomo, ci sono guerre, odio, fosse comuni, fame e violenze d’ogni genere; coscienziosamente non posso chiudere gli occhi come il sipario sulla scena, non ne sarei capace, so anche che alla fine ne uscirò sconfitto.
Se tu, se almeno tu che mi leggi ti decidessi a cambiare la maniera di guardare la vita, e farne un avamposto di civiltà! Se no, cosa ne sarà di noi? Cosa ne sarà della nostra coscienza, della nostra esistenza stessa?
Fai della tua vita una storia da raccontare ai tuoi figli che sappia di dignità, orgoglio.
Ma in questa mia notte sporca e lontana da Dio, questa notte dannata che ha inghiottito mare e stelle assieme alle coscienze di un’intera umanità che si divora nel suo stesso egoismo, vuota d’anima mi porta a pregare un Dio che distratto da altre cose non guarda mai cosa succede in questo inferno.
E non si chiede cosa farsene di questo uomo che va a messa tutte le domeniche a recitare un “ mea culpa” e crede di essere un cristiano pio e devoto e allo stesso tempo usuraio, despota, carnefice,stupratore.
Essere nella cristianità significa vivere secondo il pensiero di Gesù come il dividere ciò che hai con chi non ha; quante volte è capitato di essere a conoscenza di un amico o di un semplice conoscente o di uno sconosciuto che se la passa male e gettare via invece di donare.
Siamo così invasati di idiota ipocrisia, di stupidità che a volte passando davanti a uno specchio prendiamo paura per l’estraneo che lì davanti, come un animale che non riconosce se stesso. Ma ancor di più è grave il fatto di pensare di possedere una testa ed invece al suo posto c’è una noce quasi vuota, ecco perché non riusciamo che a vedere fino a un metro perdendo tutto quello che c’è in una distanza, in una lontananza, in un ciao o in una carezza.
Forse sul finire di questa mia età vaga e sottile c’è tanta solitudine in cui posso ascoltare l’amaro frusciar dei giorni che vanno via e non poterlo raccontare a nessuno, ho capito quanto importante sia il mare guardato come ampiezza, e profondità; no come fine di un viaggio ma come l’inizio di un altro viaggio verso un altrove sconosciuto in cui ricominciare a scoprire che le mie mani servono per coltivare campi di grano, che i miei occhi servono a dire a colei che sta al mio fianco quanto importante sia la sua presenza, e di possedere un cuore che si commuove e mi fa piangere lacrime di gioia. E se tutto questo si potesse avverare, se tutto questo io, tu, e milioni di uomini, donne, assieme, uniti dallo stesso pensiero formassimo un ponte per unire altre culture, altre anime, se noi potessimo realizzarlo questo sogno, allora si che varrebbero non una ma milioni di comunità, allora si che potremmo chiamarci: umanità!

 

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