Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono italiani?

Sono trascorsi sedici mesi da quando due militari italiani “nell’esercizio delle loro funzioni” sono stati strappati alle loro famiglie e tenuti in ostaggio da uno Stato Terzo che con arroganza e supponenza prevarica qualsiasi norma o convenzione internazionale, disconoscendo anche quanto il “diritto pattizio” riconosce a tutti i militari del mondo.
Ormai è prossima la scadenza dei fatidici 60 giorni previsti dall’inviato speciale italiano dott. De Mistura entro i quali l’Agenzia indiana NIA avrebbe deciso nei confronti dei due italiani, confermando in più di un’occasione che si sarebbe giunti ad una conclusione “equa e rapida” della vicenda. Una valutazione ottimistica, anche in contrasto con i canonici 90 giorni che la NIA prevede come tempo necessario per le proprie indagini, prassi nota a chiunque conosca i principali iter procedurali indiani.
Lo stesso rappresentante istituzionale italiano che con un’ANSA del 7 maggio informava gli italiani che ”Noi li riporteremo a casa a testa alta” ed ancora ”I dati dimostrano che le navi protette da militari riescono a respingere efficacemente gli attacchi dei pirati. La stessa India – ha continuato De Mistura – sta considerando di mettere militari a bordo delle proprie navi”.
Affermazioni concettualmente corrette, ma in qualche modo viziate da un approccio di autostima. La prima formalmente errata sul piano del lessico assegnando l’epiteto di militare a chiunque utilizzi un’arma per assolvere al proprio compito. Infatti, in questo momento statisticamente risulta che il compito di scorta della maggior parte del naviglio civile per contrastare atti di pirateria marittima è affidato in ambito internazionale a “Contractors” civili appositamente addestrati.
La seconda, forse più grave sul piano diplomatico, quella con cui il dott. De Mistura ha accennato all’intenzione dell’India di utilizzare soldati nella scorta delle proprie navi, dimenticando però di dire che Delhi in questo caso pretenderebbe la tutela del diritto di immunità funzionale per i suoi soldati come avvenuto in Congo contro sospetti autori di uno stupro, diritto invece negato ai militari italiani.
Cosa intendesse, poi, l’ex Funzionario dell’ONU con le parole “equo e rapido” ripetute in varie circostanze non si comprende. Chi infatti dal 2009 ha gestito come vice direttore esecutivo per le relazioni esterne del Programma alimentare mondiale a Roma dovrebbe ben conoscere il significato di equità come garanzia di diritti e di prerogative nell’assegnare aiuti o risorse e quello di rapidità considerando che la Sua esperienza di Funzionario dell’ONU dovrebbe essere stata sempre caratterizzata da condizioni gestionali “well timed” e “prominent”.

Nella circostanza specifica sicuramente non possiamo parlare di equità e rapidità né, tantomeno di “well timed e prominent acts” !

Nel caso dei due Marò l’inviato speciale ha fino ad ora solo dimostrato accondiscendenza, quasi sudditanza nei confronti degli indiani e non sembra nemmeno voler approfittare – termine brutto ma pragmaticamente vero e ricorrente in diplomazia – di un momento favorevole come l’attuale in cui l’alleato americano John Kerry è in visita in India per preparare il terreno a successive nuove missioni statunitensi in un quadro strategico di ampia portata finalizzato a rafforzare i rapporti politici, economici e di sicurezza fra i due Paesi.

Sembra, invece, che il dott De Mistura non consideri essenziale un possibile interessamento di Kerry per la sorte dei due nostri Fucilieri di Marina, non per perorarne la causa ma solo per ricordare all’India che esistono regole internazionali che non possono essere disattese.

Una richiesta che il dott. De Mistura potrebbe giustificare considerando l’importanza che l’India può avere nella sicurezza internazionale e per l’evidente peso che la questione dei due nostri Fucilieri di Marina presi in ostaggio da Delhi potrebbe avere nella gestione internazionale dell’azione antipirateria e per confermare le garanzie di immunità dovute a tutti coloro che fanno e faranno parte delle missioni internazionali di Peace Keeping, svolte sotto egida ONU a cui collaborano anche gli indiani.

Non un atto di questua ma una doverosa richiesta ad un alleato come Washington, perché arrivi un messaggio all’Agenzia indiana NIA. Non un’azione di prostrazione come le tante avvenute finora nei confronti di Delhi ma un atto concreto ed incisivo sicuramente non condannabile sul piano diplomatico.

Modeste considerazioni queste mie che se oggettivare contribuirebbero a far arrivare a Massimiliano e Salvatore la vicinanza del loro Paese e ad rassicurare gli italiani che due loro concittadini non sono stati dimenticati.

Parole “viscerali” queste mie, sicuramente derivate da un senso dello Stato esasperato ed indotte dalla irruenza tutta italica che caratterizza coloro che come me fanno parte della antica cultura latina, decisionista, non attendista e tantomeno compromissoria.

Parole sincere, però, che esprimono l’auspicio di un italiano che come tanti altri teme per la sorte di due concittadini da troppo tempo abbandonati in mano straniera, quasi fossero merce da barattare al primo momento favorevole.

Sono indignato e come me credo molti altri italiani!

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